Pascoli riecheggia Leopardi non solo nel titolo di alcune poesie (si pensi a «Il passero solitario») o nella poetica della rimembranza (nella prefazione ai Primi poemetti scrive: «Il ricordo è poesia e la poesia non è se non ricordo»), ma anche nella considerazione e nella stima dell’uomo come «capacità di infinito».

(appartenente ai Poemetti) che recita: «Un desiderio che non ha parole/v’urge, tra i ceppi della terra nera/e la raggiante libertà del sole.//Voi vi torcete come chi dispera,/alberi schiavi! Dispergendo al cielo/l’ombra de’ rami lenta e prigioniera,/e movendo con vane orme lo stelo/dentro la terra, sembra che v’accori/un desiderio senza fine anelo». L’uomo è come un albero, ben radicato alla terra, ma che vorrebbe avere le ali per volare e si protende, così, verso il cielo. Questa brama di conoscere e di essere felici, quest’aspirazione al cielo non possono rimanere senza risposta. Al fondo dell’animo alberga un desiderio di felicità infinita, insopprimibile nonostante le angosce, le tristezze, i dolori e le sofferenze che spesso la vita porta con sé.

In molti componimenti di Pascoli emergono questo desiderio di compimento e la nostalgia perché la presenza, che potrebbe compierci, sembra essere lontana, assente al momento.

Scrive Pascoli nella poesia «Felicità» appartenente a Myricae: «Quando, all’alba, dall’ombra s’affaccia,/ discende le lucide scale/ e vanisce; ecco dietro la traccia/ d’un fievole sibilo d’ale,// io la inseguo per monti, per piani,/ nel mare, nel cielo: già in cuore/ io la vedo, già tendo le mani,/ già tengo la gloria e l’amore.// Ahi! ma solo al tramonto m’appare,/ su l’orlo dell’ombra lontano,/ e mi sembra in silenzio accennare/ lontano, lontano, lontano.// La via fatta, il trascorso dolore,/ m’accenna col tacito dito:/ improvvisa, con lieve stridore,/ discende al silenzio infinito». Già dal mattino, al risveglio, l’animo del poeta ha in sé il desiderio di compimento che lo mette in movimento, non lo fa star tranquillo tanto che l’uomo insegue quella parvenza di felicità che ha avvistato fin dall’inizio della giornata. Alla sera, dopo le sofferenze passate, la felicità sembra ancora lontana e non esperibile in pienezza al presente. Potremmo anche leggere in chiave metaforica l’immagine della giornata: l’alba rappresenta la giovinezza, mentre la sera è il tramonto della vita. Per tutta l’esistenza cercando l’amore e la fama si insegue la felicità. Quando abbiamo l’impressione di averla raggiunta, arriva la morte.

Mi sovvengono le parole che Turgenev scrive nel romanzo Padri e figli: «Perché anche quando godiamo, ad esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi».

La nostalgia di una presenza è tema centrale di una poesia ben più nota di Pascoli intitolata «Lavandare», appartenente sempre alla prima raccolta Myricae. Recita così: «Nel campo mezzo grigio e mezzo nero/ resta un aratro senza buoi, che pare/ dimenticato, tra il vapor leggero.// E cadenzato dalla gora viene/ lo sciabordare delle lavandare/ con tonfi spessi e lunghe cantilene:// Il vento soffia e nevica la frasca,/ e tu non torni ancora al tuo paese!/ quando partisti, come son rimasta!/ come l’aratro in mezzo alla maggese».

Nella prima stanza domina la dimensione visiva, quella che coglie l’impressione più immediata e, al contempo, epidermica: sono sensazioni, come il poeta ben sottolinea con il verbo «pare». Anche qui grande è la maestria pascoliana nel pennellare un quadretto naturale di campagna con pochi tratti: un campo che è per metà scuro, perché già lavorato, e per l’altra più chiaro, perché rappreso dal freddo, una leggera foschia all’interno della quale si vede un aratro, rimasto lì inutilizzato, come se qualcuno si fosse scordato di riportarlo a casa. Questa modalità di descrivere con poche pennellate è quella che abbiamo chiamato vena impressionistica.

Per cogliere la realtà non è sufficiente la vista. Gli altri sensi sanno percepire spesso in maniera più profonda e completa. Pensiamo alla capacità di un cieco di vedere il reale attraverso quei sensi che di solito sono poco utilizzati. Ecco che nella seconda stanza subentra l’udito. Il quadretto naturale è abitato da presenze umane: si colgono i rumori, provenienti da lontano, di lavandaie (o «lavandare» del titolo) che lavano i panni nel canale addolcendo la pesantezza del lavoro con il canto. I suoni sono riprodotti in modo onomatopeico: il verbo «sciabordare» richiama alle nostre orecchie il suono cadenzato dei panni sbattuti nell’acqua.

Solo nell’ultima stanza si scioglie il valore simbolico del testo. Comprendiamo che il narratore che sta raccontando non è il poeta, ma una donna, che vive da tempo un senso di solitudine, per la lontananza dell’amato, partito da tempo (per la guerra? Per lavoro?). I giorni trascorrono, passano le stagioni come sottolinea bene la doppia metafora tratta dai Canti popolari marchigiani («Il vento soffia e nevica la frasca»), ma l’amato non fa ancora ritorno. La donna si sente nella profondità del cuore proprio come quell’aratro che apre la poesia, lasciato in mezzo alla maggese, ovvero in un campo non coltivato, a riposo. A che serve? A nulla. Siamo nati per amare e questo si scopre nell’esperienza di essere amati. Quando nasce un amore tutta la realtà si accende di luce nuova. Quando l’amore finisce, tutto sembra perdere senso e significato. Innanzi tutto, noi che amiamo non cogliamo più il senso e ci sentiamo inutili. Come desidereremmo che l’amore ritornasse! Pochi versi nella letteratura riescono a trasmettere così bene il senso della nostalgia, nel suo senso etimologico di «dolore del ritorno». (pubblicato su La Nuova bussola quotidiana del 10-9-2017)

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