Sarà D’Annunzio a rendere per primo celebre il verbo niciano in Italia, dopo aver letto Nietzsche nel 1892. La sua sarà una rilettura molto riduttiva che tenderà a presentare il nuovo superuomo in una chiave personalistica. L’insuccesso e il successo sono due facce della stessa medaglia dell’inettitudine contemporanea, un’inettitudine che proviene proprio dal fatto che i personaggi non hanno più un fondamento su cui consistere, un ubi consistam.

La loro stima scaturisce, così, solo dall’esito delle loro azioni. I personaggi dannunziani inseguono disperatamente la riuscita nella vita, in qualsiasi ambito, dall’arte alla conquista sentimentale fino all’impresa sportiva. L’universo romanzesco di D’Annunzio si popola di superuomini che interpretano le passioni di quel poeta che è stato anche romanziere, pilota, soldato, politico, conquistatore di donne.

Il superuomo dannunziano è, in ultima analisi, una sorta di homo divus, un uomo d’eccezione che primeggia in un campo. Il nuovo verbo niciano compare per la prima volta nel Trionfo della morte (1894) anche se solo nella parte finale del romanzo (nel V libro intitolato Tempus destruendi).

La prima opera in cui lo scrittore presenta il progetto della nascita del superuomo è Le vergini delle rocce (1895). Nel romanzo lo scrittore intende realizzare una prosa poetica sulla scia della suggestione del simbolismo francese e della musica wagneriana. Claudio Cantelmo vorrebbe il ritorno ad un’élite intellettuale e politica contro la plebaglia democratica e incolta e deve scegliere per moglie una delle tre figlie del principe Capece Montaga. Il discendente proveniente da questa unione sarà il superuomo, colui che ridarà lustro ai fasti antichi dell’Italia, l’eletto a custodire la bellezza dal deturpamento e dalla rozzezza contemporanei. Le tre sorelle, Anatolia, Violante e Massimilla, stanno attendendo Cantelmo che si presenterà loro e racconterà la sua aspirazione di liberare l’Italia dallo squallore e dal brutto dilagante. Questo è l’ufficio programmatico degli ultimi custodi della bellezza: «Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. […] Bollate voi sino all’osso le stupide fronti di coloro che vorrebbero mettere su ciascuna anima un marchio esatto come su un utensile sociale e fare le teste umane tutte simili come le teste dei chiodi sotto la percussione dei chiodaiuoli […]. Non disperate, essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il Verbo».

D’Annunzio inveisce contro l’omologazione, proprio lui che, proponendosi come l’inimitabile, è coscientemente e volontariamente promotore di atteggiamenti eccentrici che fungano da modello per il potente ceto borghese. Le prerogative del nuovo capo d’Italia, del superuomo figlio di Claudio Cantelmo, corifeo del Verbo, «nuovo Messia in terra», saranno forza, violenza e disciplina. L’interprete della nuova stagione dannunziano – superomistica compendia la presunta superiorità di gusto culturale ed estetico con il fascino di colui che sperimenta sempre nuovi campi imponendosi con l’eccellenza.

Cantelmo rappresenta, quindi, l’esteta che esce dal suo ambito solitario per collaborare alla realizzazione politica di un mondo nuovo, in cui bellezza e forza tornino a trionfare contro la volgarità e la debolezza. È, quindi, un esteta differente dall’Andrea Sperelli de Il piacere più incline alla propria soddisfazione edonistica. In un certo senso Cantelmo assume una dimensione pubblica e, nel contempo, comunica la visione della cultura e della storia propria di d’Annunzio: «Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a coloro che debbono lavorare».

Cantelmo mostra disprezzo nei confronti della borghesia come della classe popolare. Rivela, quindi, la visione politica dello scrittore: «Lo Stato eretto su le basi del suffragio popolare e dell’uguaglianza, cementato dalla paura, non è soltanto una costruzione ignobile, ma è anche precaria. Lo Stato non deve essere se non un istituto perfettamente adatto a favorire la graduale elevazione d’una classe privilegiata verso un ideal forma di esistenza. Su l’uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per domar le moltitudini a vostro profitto. Non vi sarà troppo difficile, in vero, ricondurre il gregge all’obbedienza».

Cantelmo studia con attenzione le tre ragazze per capire quale delle tre sia più adatta a generare il futuro re di Roma, il nuovo protagonista della storia d’Italia: Violante è dalla bellezza raffinata, Anatolia incarna la forza, Massimilla è dotata di docilità e capacità di perdono. Alla fine del secondo libro de Le vergini delle rocce vengono descritte le mani delle tre donne, segno del loro carattere: «Quelle di Anatolia (le mani) apparivano le più forti e le più sensitive. […] Non mi avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel cavo della palma un calore vivifico? Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio d’oro non riusciva a indorarle […]. Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che, come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: – estraevano da una cosa fin l’ultimo sentore di vita, ciò è le prendevano tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta».

Quale delle tre sorelle Cantelmo deve scegliere? E, poi, quale ragazza sarà disponibile al difficile compito? Indeciso, il protagonista corteggia prima Massimilla, poi Anatolia e, infine, Violante. La scelta sembrerebbe alla fine propendere sulla bellezza di quest’ultima.

Il progetto della trilogia dedicata al superuomo, avviato con Le vergini delle rocce  che prende il nome del «Ciclo del giglio», non viene completato e si interrompe al primo romanzo. Il giglio è il fiore dell’annunciazione dell’angelo a Maria: la grande notizia è la nascita di un figlio che porterà la salvezza ai popoli, il Verbo incarnato; nel romanzo dannunziano, con evidente richiamo parodistico, si allude alla nascita di un bimbo che cambierà le sorti dell’Italia, riportando in auge i valori della bellezza e della forza. Il giglio rappresenta anche la purezza e la verginità della Madonna. Sacro e profano, una volta ancora, si mescolano nel testo con un irridente sberleffo alla sacralità dell’avvenimento cristiano.

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