La storia di Orfeo è uno dei miti fondanti la cultura occidentale. Alla figura del poeta nativo della Tracia si collegano in qualche modo la nascita dell’arte, la sua funzione consolatoria ed eternatrice, l’inizio della misoginia. Virgilio racconta la drammatica vicenda di Orfeo, il suo amore per Euridice, la tragica morte della ninfa in seguito all’inseguimento del pastore Aristeo nel IV libro delle Georgiche. Come è noto, morta l’amata, il cantore Orfeo cercherà di scendere nell’Ade per commuovere gli dei Plutone e Proserpina e ricondurre così Euridice sulla Terra. Virgilio descrive in pochi versi la discesa di Orfeo nel mondo ultraterreno:

Persino nella gola del Tenaro, profondo ingresso di Dite, nel sacro bosco annebbiato di nera paura s’addentrava, ai mani giungendo, al re terribile e a cuori ignari di dolcezza verso le umane preghiere.

Nel seguito della narrazione non compare neppure una geografia elementare dell’Ade. Sono citati solo pochi nomi antichi e mitici dell’Èrebo, il canneto del Cocito e la palude stigia, abitati dalle Eumenidi e da Cerbero con tre teste. Nominata è solo la pena del condannato Issione. Impossibile cercare di ricostruire questo primo Ade virgiliano. Le anime dei morti, «leggere […], immagini opache», si fanno incontro a Orfeo.

Sono

le madri, ma anche i loro mariti e i corpi senza più vita di magnanimi eroi, i fanciulli e le fanciulle mai maritate  e posti sui roghi i giovani sotto lo sguardo dei genitori.

Virgilio riprodurrà pedissequamente questi versi nella catabasi di Enea. Qui, però, nelle Georgiche si respira l’aria dell’Oltremondo omerico in cui non vengono comminate pene o elargiti premi, ma le anime sono impalpabili, ombre di ciò che furono nella vita terrena. Quando Orfeo, violando il patto stipulato con gli dei infernali, si gira verso Euridice, l’amata svanì nel nulla «come fumo disperso nei soffi dell’aria».

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