GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 9 - Factum est di Testori, la più grande tragedia di oggi PDF Stampa E-mail
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GRANDI CAPOLAVORI CRISTIANI 9 - Factum est di Testori, la più grande tragedia di oggi
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Risultati immagini per factum est testoriPoeta, drammaturgo, romanziere e pittore milanese, Giovanni Testori (1923-1993) è un autore scomodo, spesso escluso dalle antologie scolastiche sul Novecento. La sua produzione è sterminata e indice di grande versatilità nei diversi generi letterari, dal romanzo Il ponte della Ghisolfa (da cui Visconti ricava il film Rocco e i suoi fratelli) al ciclo di romanzi I segreti di Milano (ispirato ai cicli ottocenteschi francesi), dalle raccolte di poesie (L’amore e Per sempre) ai drammi teatrali che comprendono, ad esempio, rivisitazioni di Shakespeare (Ambleto, Macbetto) e la trilogia che consacra la conversione cattolica di Testori: Conversazione con la morte (scritta nel 1978 in seguito alla morte della madre), Interrogatorio a Maria (1979) e Factum est (1981).

Quest’ultima opera viene composta nel 1980 e messa in scena per la prima volta l’11 maggio 1981 nella basilica del Carmine a Firenze. Testori scrive un monologo teatrale, strutturato in quattordici parti come se fosse una via crucis. L’autore lombardo è convinto «che il monologo sia la forma più alta di teatro. Tutto il teatro tragico è, in fondo, un monologo a più voci. È stato il teatro moderno, a partire dall’Ottocento, a far credere che il dramma sia nell’antitesi. Se torni ad ascoltare un grande testo tragico come l’Amleto di Shakespeare, ovviamente non è la trama che ti tenta, ma il fatto che quel testo sia un’inchiesta sul destino dell’uomo: un destino che ha sempre come riferimento l’Essere Totale, cioè Dio».

Nell’opera parla solo il feto, colui che nella realtà non ha diritto di parola, di espressione, di comunicazione della propria volontà. È lui che viene messo in croce, è lui il nuovo Cristo crocefisso, rifiutato, reso totalmente silente ancor prima che esca dal ventre della madre. In una dinamica antitetica a quella annunciata nel vangelo di Giovanni dove «Verbum caro factum est»  («il Verbo si fece carne»), nell’opera la carne del feto (cui viene impedito di farsi carne al di fuori del ventre materno) si fa dapprima parola, poi profezia, infine maledizione. 

Non appena concepito, il feto grida di esultante gratitudine: «Grazie te, Cristo re!/ Parlo qui! Sento qui!/ Cuore qui, carne qui,/ batte qui, grida qui!/ Vita Cristo vive qui!/ Casa, carne,/ ventre, te. […]/ Grazie, Dio,/ grazie, Luce,/ grazie, Te./ Ora e sempre/ Vive, parla,/ sangue, canta,/ carne, me». La sua gratitudine è rivolta anche al padre e alla madre, cui si sente di appartenere: «Son di Lui,/ son di voi,/ madre, padre,/ sono io!/ Sono Lui/ e lei e te!/ Siamo tre! […]/ Grido lieto:/ sono cuore,/ sono vita,/ forma sono,/ sono feto!» Il padre, però, non riconosce un senso, una causa e un fine a quel grumo di cellule: «caso, bacio/ questo è stato». Il feto allora reagisce rivolgendosi alla madre: «Madre,/ mamma,/ a te m’aggrappo! […]/ Chi ti parla/ era pur come son io!»



 

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