In occasione della festività di Sant’Agostino proponiamo la visione del bel film sul santo girato nel 2010 dal regista Christian Duguay, costituito da due parti di cento minuti ciascuna.

La gioventù e la formazione retorica

La storia si apre nel 430 d. C. al momento dell’assedio di Ippona da parte dei Vandali. Giunge nella città una lettera da Roma in cui si chiede a Sant’Agostino, vescovo della città, di abbandonare quella terra e portare in salvo tutti i libri.

Tutta la vicenda è raccontata con lunghi flashback del settantaseienne Agostino che ricorda: “Se in me c’è qualcosa di prezioso io lo devo soltanto a mia madre che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna”.

Inizia così il suo tuffo nel passato, di quando ancora adolescente fu colpito dalla perizia retorica dell’abilissimo Macrobio che riusciva a persuadere tutti di quello che voleva. A seguire è raccontato il famosissimo episodio delle pere rubate (presente nelle Confessioni), un atto cattivo compiuto deliberatamente (“Volevo fare una cattiveria gratuita, non avevo rubato per goderne”). Agostino parte per Cartagine per cercare di entrare nella cerchia degli alunni di Macrobio. Accompagnato dalle parole della mamma (“Che Dio sia con te!”), le risponde: “Dio, no grazie, mi basto io”. “Di chi erano se non di Dio quelle parole di mia madre, ma non mi scendevano nel cuore” dirà più tardi il sant’Agostino convertito.

Una volta a Cartagine, Agostino conosce la schiava Calidà che diventa sua concubina. Mentre Agostino si perde nella grande città, la madre Monica continua a pregare per la conversione e la felicità del figlio. Simmaco gli insegna che “la giustizia è uno spettacolo”, che l’arte sofistica è la suprema arte: non esiste verità, sono le parole che rendono vera o falsa la realtà, veri o falsi i fatti. Agostino fa assolvere un uomo che è davvero colpevole e che poi diventerà uxoricida. Rimproverando questo fatto al maestro Simmaco, Agostino sottolinea che Cicerone ha scritto che solo la verità può rendere felici (Ortensio) e tutti gli uomini vogliono essere felici. Macrobio gli ribatterà che solo il coraggio di fare a meno della verità può rendere grande un oratore. Per la prima volta Agostino avverte l’inanità della sua arte retorica. “Quanti gradini ho sceso verso l’Inferno, affannato e riarso dalla carestia della verità al tempo in cui cercavo Dio con gli occhi della carne e non dell’intelligenza, per cui Lui ci ha voluti superiori alle bestie” commenterà Agostino più tardi.

Alla ricerca della verità

Ormai avvocato importante, Agostino è richiamato a Tagaste da una lettera della madre che lo avverte della salute cagionevole del padre Fabrizio. Questi chiede il battesimo prima di morire, accudito dalla fedele moglie Monica, che gli sta a fianco nonostante il carattere scorbutico e l’atteggiamento riprovevole.

La madre Monica richiama il figlio all’amore della verità in tutti gli ambiti, anche nel lavoro che svolge, dicendogli: “Un uomo è innocente o colpevole”. “Madre” risponde lui “un uomo è innocente o colpevole in base alle parole dette in tribunale”. Alla ricerca della verità inizia a seguire i Manichei, che andavano predicando la necessità di staccarsi dal corpo e di seguire solo lo spirito. Il Vescovo dà un consiglio a Monica: “Prega, il figlio di così tante lacrime non può andare perduto”.

Agostino si vanta con la madre sostenendo che è quello che è grazie a se stesso. “Nessuno si può creare da solo, così come non potrà mai bastare a se stesso. È il nostro cuore a dirlo” dice Monica. “No, sono i vostri preti a dirlo. Il vostro vescovo ha paura”. “Tu hai talento, ma lo stai solo sprecando” replica lei. Agostino viene invitato ad entrare tra gli eletti dei Manichei, dovrà però porre fine alla relazione con la sua compagna. Quando Calidà gli rivela di aspettare un bambino, Agostino decide di non entrare tra gli eletti. Agostino non è contento, vorrebbe diventare famoso, fare carriera, come Cicerone che alla sua età era già famoso. 

Non è l’uomo a trovare la verità, deve lasciare che sia la verità a trovare lui

A breve gli si presenta l’occasione di diventare importante, perché a Milano cercano un nuovo oratore di corte per la città, che sappia contrastare il vescovo Ambrogio, abilissimo retore. Agostino parte con l’amico Valerio e ottiene l’incarico. “Dio agì su di me fino a farmi maturare l’idea di partire da Roma, servendosi di uomini attaccati a questo vivere già morto, mentre io odiavo la felicità reale, agognando una felicità fasulla” così commenterà Agostino più tardi, riflettendo sulla sua partenza.

A Milano avverrà l’incontro con Ambrogio che gli dirà: “No Agostino, non è l’uomo a trovare la verità, deve lasciare che sia la verità a trovare lui. La verità è una persona, Gesù Cristo, il Figlio di Dio” dice Ambrogio ad Agostino. “Arrivai così dal vescovo Ambrogio […], perché da lui fossi consapevolmente guidato a Dio” commenterà dopo.

Finito questo lungo flashback ecco che si ritorna ad Agostino vecchio, Tagaste assediata, i Romani che cercano la controffensiva. Agostino non vuole abbandonare la città di cui è vescovo, nel contempo vorrebbe l’accordo della città con i Vandali.

Riprendono i ricordi degli anni trascorsi a Milano. Agostino viene a conoscenza della storia di Ambrogio, battezzato da adulto, governatore a soli trent’anni, che lascia i suoi incarichi per ricoprire il ruolo di vescovo quando muore il suo predecessore. Ecco uno dei tanti dialoghi tra Ambrogio e Agostino. “Chi è contro la verità è contro se stesso” dice Ambrogio. Agostino rimprovera ad Ambrogio di aver parlato di uno spirito invisibile, che vivifica. Come è possibile? Il vescovo replica: “L’amore che nutrite per la vostra compagna è visibile? No. Eppure quest’amore ha generato qualcosa di molto concreto”.

Il primo discorso di Agostino di fronte all’Imperatore è un successo. Le chiese vengono requisite. I cristiani si oppongono sacrificando la loro vita. Agostino subisce un duro colpo. Nel discorso di giustificazione dell’azione efferata dei soldati afferma che i cristiani morti sono innocenti. La crisi si acuisce, Agostino è infelice. Si reca da Ambrogio ricordandosi delle sue prediche (“Pensate ai fiumi di montagna, quando incontrano un ostacolo diventano più forti”, “La verità non è un concetto […]. Dovete lasciare che sia la verità a trovare voi […]. La verità è una persona, Gesù Cristo il figlio di Dio”). Agostino prende il Vangelo, apre e legge un passo che gli parla della sua vita passata e di quella presente: “Non in mezzo a gozzoviglie, […] non tra contese e gelosie”.

Nell’incontro con Ambrogio Agostino si converte e si fa battezzare. “Ho sempre parlato troppo. Oggi per la prima volta invece ho ascoltato la sua voce (di Gesù)” dice Agostino ad Ambrogio rivolgendosi a lui come ad un padre. Commenterà poi: “Tardi t’amai o bellezza tanto antica e tanto nova. Mi chiamasti e il tuo grido perforò la mia sordità […]. Ora se mi manchi mi manca il respiro. Mi sfiorasti e arsi del desiderio della tua pace”. Dio è la risposta al desiderio del cuore dell’uomo che desidera l’assoluto. Agostino e Valerio perdono la posizione di privilegio che avevano.

Monica dirà al figlio convertito: “C’è sola una cosa per cui ho vissuto. Vederti battezzato prima di morire. Non c’è nulla di cui avere paura, figlio mio. La nostra vita è solo un guscio fragile, ma dentro di noi vive qualcosa che non è fragile e provvisorio. Stiamo già vivendo la vita eterna”.

La città di Dio

Si ritorna all’assedio del 430. Nasce una storia d’amore tra due giovani, un soldato romano di nome Fabio e una nipote di Agostino, Lucilla. Agostino dirà a Fabio: “Un uomo è ciò che ama. Se ami la terra allora sarai terra […]. Se ami Dio allora sarai Dio”.

Altro flashback al 405, quando Agostino è già vescovo e sta scrivendo la Città di Dio. Siamo nell’epoca della controversia tra cristiani e donatisti che riconoscevano come vescovo Sidonio. Viene scelto Flavio Domizio come arbitro. Agostino ha totale fiducia nella verità, non in se stesso. La difesa di Agostino si aprirà con le parole: “Nessuno di noi è solo mai, neanche nei momenti più disperati, Dio ci è sempre vicino, è più fraterno di ogni fratello”. Domizio decreta la vittoria dei cristiani, ma viene ucciso e morendo vuole la benedizione di Agostino e vuole sentirlo parlare della città di Dio. Domizio è morto per difendere la verità.

Si ritorna all’assedio del 430. Il figlio di Domizio Fabio non crede e odia Agostino. I Romani perdono contro i Vandali, molti sono fatti prigionieri. Il vescovo allora si reca dal capo vandalo per chiedere la restituzione degli ostaggi e la pace, che i capi romani non vorranno. Fabio vede una diversità di comportamento e di umanità in Agostino e si converte (“Oggi voi mi avete reso libero […]. Libertà dalla vecchia Roma, ci può essere una nuova Roma, fondata sulla speranza, sulla fede, una città di Dio”).

Agostino sposa Flavio e Lucilla che salperanno per salvarsi. A loro lascia questo testamento spirituale: “Amate e fate ciò che volete […]. Solo da questa radice può scaturire il bene. Se parlate, parlate per amore, se correggete, correggete per amore, se perdonate, perdonate per amore”. “È per trasformazione, non per totale annientamento che questo cielo passerà”. Agostino rimarrà ad Ippona e ivi morirà.

(Tempi.it del 28/8/2018)

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