Perché Dante presenta san Bernardo come l’ultima sua guida, il maestro che succede addirittura a Beatrice per condurlo fino alla visione di Dio? Perché fu un sostenitore dell’ordine dei Templari? Esiste, per caso, un messaggio nascosto, criptico, esoterico all’interno della Commedia? Il Sommo poeta si sta facendo promotore di una dottrina per pochi, vuole condurre i suoi lettori ad un rito di iniziazione?

Scrive René Guenon in L’esoterismo di Dante che il poeta apparteneva alla società della Fede Santa, un Ordine Terziario di affiliazione templare, e

“non è dunque senza motivo […] che Dante prende, come guida per la fine del suo viaggio celeste, san Bernardo, che aveva stabilito la regola dell’Ordine dei Templari; con questa scelta egli sembra aver voluto indicare che solo attraverso l’Ordine era possibile, nelle condizioni proprie alla sua epoca, accedere al grado supremo della gerarchia spirituale”.

Non concordiamo con questa lettura esoterica della Commedia. Se è pur vero che nei versi danteschi ci si deve addentrare in profondità per accedere a tutti i quattro livelli della scrittura (letterale, allegorico, morale e anagogico), è anche vero, però, che il poeta si è sempre reso interprete di una missione universale rivolta a tutti, come ha ben esplicitato nel Convivio e poi in tanti canti del poema. Bastino ricordare i versi conclusivi del canto centrale del Paradiso (il XVII) in cui Cacciaguida spiega a Dante che ha incontrato solo «anime che son di fama note» perché di solito le persone non prestano attenzione a casi o personaggi sconosciuti. Il poeta sta ribadendo qui che il suo destinatario è l’uomo universale, di tutti i tempi e i luoghi, come del resto è esplicitato nel primo verso che apre l’Inferno.

Crediamo che le ragioni per la scelta di san Bernardo come oratore dinanzi alla Madonna siano tutt’altre e molto più semplici. Se san Bernardo è chiamato a tessere l’elogio alla Madonna perché questa sia mediatrice tra Dante e Dio è perché può vantare meriti tutti particolari dinanzi a Maria. Il santo è, infatti, oltremodo devoto alla Vergine, autore di una delle più belle preghiere mariane, quel Memorare che rappresenta il vertice della fiducia nella Madonna come corredentrice e soccorritrice dell’umanità sofferente. Tradotto dal latino, il testo suona così:

 

Ricordati, o piissima Vergine Maria,

che non si è mai inteso al mondo

che qualcuno sia ricorso alla tua protezione,

abbia implorato il tuo aiuto,

chiesto il tuo patrocinio

e sia stato da te abbandonato.

Animato da tale confidenza,

a te ricorro, o Madre,

Vergine delle vergini,

a te vengo, e, peccatore come sono,

mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà.

Non volere, o Madre del divin Verbo,

disprezzare le mie preghiere,

ma benigna ascoltale ed esaudiscile. Amen.

Il Memorare ci insegna la virtù della mendicanza e della preghiera.

A san Bernardo si deve, inoltre, la convinzione che si giunga a Gesù attraverso Maria: ad Jesum per Mariam. Così come in vita Bernardo ha declamato la bellezza della Madonna, ora, santo in Paradiso, prega l’avvocata nostra, Colei che è «bellezza, che letizia/ era ne li occhi a tutti li altri santi», perché Dante possa finalmente vedere Dio, dopo la fatica di quel lungo viaggio che dalla selva oscura di Gerusalemme lo ha portato fino all’Empireo.

Prima, però, di tessere l’inno alla Madonna, san Bernardo si rivolge a Dante:

Veramente, ne forse tu t’arretri
movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che s’impetri
grazia da quella che puote aiutarti;
e tu mi seguirai con l’affezione,
sì che dal dicer mio lo cor non parti.

In pratica, è importante che Dante non creda di inoltrarsi alla visione di Dio con le sole sue forze, perché in questo caso tornerebbe indietro, piuttosto che avanzare. Si deve, quindi, ottenere la grazia di Maria, la sola che può aiutare Dante, attraverso la preghiera che san Bernardo le rivolgerà. Dante seguirà con «l’affezione» in modo tale che il suo cuore non si allontani dalle parole del santo.

L’ultimo canto del Paradiso si apre, quindi, con un’invocazione di san Bernardo rivolta alla Vergine Maria, una delle preghiere più belle che Le siano state mai dedicate:

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra ’ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte  fiate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

La Madonna è, qui, presentata in tutta la sua umanità di madre, mamma di Gesù, ma anche nostra. In quanto tale, Maria non può non soccorrere tutti i suoi figli, non solo quelli che chiedono la sua intercessione, ma anche quelli che, orgogliosi o non riconoscenti o ancora convinti che nessuno possa aiutarli, a Lei non ricorrono. Pensiamo alla storia che Dante racconta nella Divina commedia. Quando il poeta decide finalmente di gridare «Miserere di me», mentre è risospinto nella selva oscura «là dove ‘l sol tace», in realtà la Madonna ha già visto le sue difficoltà e ha provveduto inviandogli proprio quel Virgilio cui lui rivolge la sua richiesta di aiuto. Maria ha, qui, prevenuto il grido di Dante.

Oltre che madre, la Madonna è stata colei che ha contribuito alla redenzione dell’umanità attraverso l’incarnazione di Cristo. Il fiat che Maria rivolge all’Angelo è il mezzo grazie al quale Dio si è fatto carne. La Madonna ha collaborato alla redenzione del mondo, in un certo modo è corredentrice. Dio ha voluto tutta la disponibilità dell’uomo, Dio ha bisogno degli uomini. Proprio in grazia dei suoi futuri meriti, Dio ha preservato Maria dal peccato, Lei è la sine labe concepta (la «partorita senza peccato»), l’Immacolata concezione, ricettacolo di misericordia, di pietà e di ogni tipo di carità. La Madonna è per noi continua fonte di speranza cui guardare sempre, anche nei momenti di grande difficoltà: se qualcuno volesse una grazia e non ricorresse a Lei, sarebbe come se un essere vivente fosse sprovvisto di ali e volesse volare.

Dopo questo bellissimo inno, san Bernardo ricorda alla Madonna la complessità del viaggio di Dante e Le chiede di permettere che il poeta possa vedere Dio senza che i suoi sensi possano essere danneggiati:

Or questi, che da l’infima lacuna

de l’universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi

di sua mortalità co’ prieghi tuoi,

sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudono le mani!

Elevandosi sino alla visio Dei, Dante non deve perdere le facoltà intellettive o sensitive. Dante deve, infatti, poter raccontare quello che ha visto, quel Dio che è definito da san Bernardo come «l’ultima salute» (cioè l’estrema nostra possibilità di salvezza) e «sommo piacer» (ovvero felicità piena per l’essere umano, unico mezzo per soddisfare il desiderio di Infinito che contraddistingue il nostro cuore).

 

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