altOggi affrontiamo il primo dei grandi autori del Novecento: Giovanni Pascoli. In coda alla presentazione trovate un testo con alcune domande per prepararvi al meglio sull’analisi del testo.

La vita
«Io sento che a lei [a mia madre] devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’essa sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un lungo giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppio: io appoggiava la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte». Così scrive Giovanni Pascoli nella «Prefazione» ai Canti di Castelvecchio, raccolta dedicata alla madre Caterina Allocatelli Vincenzi, scomparsa nel 1868, quando Giovanni ha solo tredici anni.

L’anno prima, nel 1867, a soli dodici anni, Giovanni ha già perso il padre in una circostanza tragica (ucciso mentre ritorna a casa). La morte della madre, a detta del poeta, sarebbe dovuta al dolore insopportabile a seguito della scomparsa del marito. Segni indelebili di questi dolori e della nostalgia dei suoi cari compariranno in tutta la produzione pascoliana, in particolar modo in Myricae e nei Primi e nuovi poemetti.
Insegnante di Liceo e professore universitario, Pascoli cercherà di ricostituire il nido familiare nella casa di Castelvecchio di Barga assieme alle sorelle Ida e Maria: illusione che, presto, si rileverà vana. Allievo del Carducci all’università di Bologna, se ne discosterà sempre per toni e ispirazione fino a quando nel 1905 non subentrerà come titolare della cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Bologna sostituendo quel maestro che aveva ricoperto la cattedra per quarant’anni.
A questo punto, come investito del ruolo di poeta vate, Pascoli muta toni e argomenti delle poesie, che si fanno più retoriche, tronfie. Questa è la produzione pascoliana meno sentita e sincera, quella, a buon diritto, meno apprezzata. Esemplificazione del nuovo ruolo di cui si sente investito Pascoli è il discorso che tiene, pochi mesi prima di morire, al Teatro comunale di Barga per parlare dell’impresa di Libia, discorso che viene poi pubblicato su «La Tribuna» del 27 novembre. A lui, poeta, è affidato il compito di spronare l’esercito nell’impresa. Certo, non si vuole qui riflettere sull’efficacia del discorso, né tantomeno sulla sua opportunità. Preme, invece, sottolineare il ruolo e la considerazione che aveva un poeta all’interno della società un secolo fa. Era il 21 novembre 1911. Neanche cinque mesi più tardi, il 6 aprile 1912, sarebbe morto quello che è considerato uno dei più grandi poeti italiani contemporanei.

 

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