Tutti ricorderanno lo scalpore che si generò quando si seppe che l’autore proposto per l’analisi era il saggista contemporaneo Claudio Magris. Dopo cinque anni di studio di superiori in cui i ragazzi avevano imparato ad apprezzare (almeno questo sarebbe l’obiettivo) testi letterari di narrativa e di poesia, gli studenti dovevano rispondere a domande di comprensione di un testo non narrativo né tantomeno poetico. Forse è questa la scuola delle competenze, in cui non importa che uno studente abbia studiato tutti i principali autori del Novecento con uno sforzo non indifferente perché tanto poi gli viene proposto un testo del 2005? Sempre più importante è che un ragazzo sappia capire qualsiasi testo, mentre è sempre meno significativo che uno studente abbia studiato, abbia una memoria letteraria, si ricordi? Mi risponda il Ministero: è questa la scuola che vuole, la scuola della scarsa cultura, dell’abolizione della poesia, dell’estirpazione della bellezza e dell’acquisizione della competenza linguistica (quale poi?)? Che delusione per quei ragazzi che magari per tutti i cinque anni hanno apprezzato opere poetiche e narrative sapere che dovevano cimentarsi su una prefazione di un saggio, tra l’altro di un autore ai più di loro sconosciuto, Claudio Magris. Come può emergere la sensibilità letteraria e artistica di uno studente sulla prefazione di un libro?

Queste considerazioni sono fondamentali prima di affrontare il Tototema di quest’anno. Anche quest’anno il Ministero si indirizzerà verso una scuola delle competenze linguistiche a discapito del pregio letterario delle opere proposte (come se attraverso la lettura e l’analisi di una bella poesia non si valutassero anche le competenze)? Oppure si tornerà a proporre i soliti autori del Novecento (quelli ritenuti grandi e importanti) trascurando tanta letteratura pregevole del secolo scorso?

Non credo alle previsioni che vengono offerte sulle tracce dell’Esame di Stato su presunte fughe di notizie, perché non si sono mai avverate. Inoltre, non ritengo che la preparazione dell’ultimo minuto su un ipotetico autore prescelto per la tipologia A possa permettere di affrontare bene l’analisi di testo. Mi spiegherò meglio. In tutti questi anni chi ha redatto le prove ha sempre fornito una brevissima presentazione dello scrittore (poche righe), corredata da domande che richiedevano una comprensione del testo e una capacità di analisi a prescindere da una precedente conoscenza della poesia o del passo in prosa. Le stesse domande di approfondimento e di inquadramento dell’autore hanno spesso offerto la doppia opzione di approfondire poetica o testi dello scrittore oppure di argomentare una tematica attraverso un percorso di autori che l’abbiano affrontata. Quindi, è davvero importante la conoscenza di un autore per sostenere la prova così come viene preparata dal Ministero? Le tradizionali norme di retorica direbbero di sì. Chi non ricorda il detto che risale a Catone il Censore  Rem tene verba sequentur ovvero «possiedi gli argomenti, le parole verranno di conseguenza»? Se un ragazzo o un adulto dovesse scrivere un articolo di giornale o un tema su un poeta dovrebbero senza dubbio conoscere bene l’autore. Qui, però, si tratta di rispondere ad alcune domande su un testo che è fornito. Quando nel 2010 è stata proposta la «Prefazione» di La ricerca delle radici. Antologia personale, gli studenti, nel migliore dei casi, conoscevano dell’autore soltanto l’opera Se questo è un uomo. Eppure avevano tutte le possibilità di affrontare bene la prova. L’approfondimento era relativo alla ricostruzione da parte dello studente di una biblioteca personale costituita da quelle opere che erano state fondamentali nella formazione e nella crescita.

Per quanto riguarda l’analisi di testo in questi anni la selezione degli autori prescelti è stata davvero ridotta, indice di poca fantasia e di una sottovalutazione del patrimonio letterario del Novecento italiano. Ecco i numeri. Sono stati proposti: tre volte Ungaretti, tre volte Montale, due volte il Paradiso, una volta Saba, Pavese, Quasimodo, Pirandello, Primo Levi, Svevo, Magris. Anche per i non addetti ai lavori emergono alcune considerazioni: la selezione è soltanto sul Novecento (escluso il secondo Ottocento che viene studiato in tutte le scuole in quinta; chi insegna sa, in realtà, che quasi tutti i docenti partono nell’ultimo anno ancora da Leopardi o Manzoni, raramente da Verga), vi sono dei grandi esclusi del secolo (Pascoli e D’Annunzio su tutti) e la letteratura italiana del Novecento appare ridotta, povera e scarna. Perché non ricordare agli studenti che abbiamo tanti scrittori importanti, solo per annoverare qualcuno: Guido Gozzano, Ada Negri, Dino Buzzati, Federico Tozzi, Angelo Gatti, Giuseppe Tomasi de Lampedusa, Giovannino Guareschi, Pier Paolo Pasolini, Clemente Rebora, Carlo Emilio Gadda, Carlo Betocchi, Giovanni Testori, Mario Luzi, Alda Merini, Andrea Zanzotto e Grazia Deledda (l’anno scorso ricorreva il centenario della pubblicazione di Canne al vento).   

Nel 2012 è stato proposto per l’ennesima volta Eugenio Montale, forse il più grande poeta italiano del Novecento, ma mi è sembrato eccessivo proporlo per ben tre volte: «La casa sul mare» nel 2004, «Ripenso il tuo sorriso» nel 2008, il brano «Ammazzare il tempo» da Auto da fè nel 2012. Penso che quest’anno sia impossibile che venga proposto per l’ennesima volta. Ciò nonostante come esercitazione sarebbe interessante la poesia «Piove», una parodia de «La pioggia nel pineto» di D’Annunzio.

Anche Giuseppe Ungaretti è stato scelto per ben tre volte: nel 1999 la poesia «I fiumi», nel 2006 «L’isola», nel 2011 «Lucca». Anche in questo caso mi sorprenderebbe la riproposta del poeta (come scriveva la notizia ANSA dell’anno scorso), sarebbe la quarta volta in sedici anni. Nonostante lo consideri un grande poeta, sarebbe un segno negativo l’insistenza sempre sui soliti della triade, come se nel Novecento italiano non ci fossero altri meritevoli scrittori (tra l’altro gli studenti si sono cimentati con Ungaretti solo due anni fa).

Veniamo invece ai nomi plausibili secondo il criterio di chi sceglie le tracce. Solo una volta, invece, e per di più nel lontano 2000, è stata scelta una poesia di Saba «La ritirata in piazza Aldrovandi a Bologna». Considerati la tendenza a ripetere i grandi della triade «Ungaretti, Saba, Montale» (tre volte Ungaretti e tre volte Montale) e il fatto che Saba sia stato proposto una sola volta, potrebbe essere  ripresentato dopo tanti anni un componimento dell’autore triestino. Una bella esercitazione di quello che è il cantore dell’ordinario (parla anche del portiere di una squadra di calcio, della balia, della sua città, della figlia Linuccia, …) sarebbe la lettura della poesia «A mia moglie», in dissonanza con tutta la tradizione cortese occidentale che ha esaltato i rapporti adulterini extra coniugali o le relazioni irraggiungibili.

Ungaretti, Montale, Saba, Primo Levi, Quasimodo, Pavese e altri sono stati proposti per l’analisi di testo, d’Annunzio mai. Perché Saba sì, d’Annunzio no? Non certo ragioni artistiche possono motivare questa illustre esclusione, casomai motivazioni moralistiche o ideologiche. Per caso, il peso di Saba nella nostra storia letteraria e della cultura può essere paragonato a quello di d’Annunzio? Si sono celebrati l’anno scorso i centocinquanta anni dalla nascita di Gabriele d’Annunzio (1863-1938), un autore che è emblema del suo tempo e della Belle Époque e, nel contempo, corifeo di quell’esasperata ricerca edonistica che è propria dell’uomo contemporaneo. Forse per questo oggi non piace, perché è uno specchio in cui l’uomo di oggi rischia di riconoscersi. Forse per lo stesso motivo oggi è trascurato nelle scuole. Oppure perché non viene proposto Pascoli, uno dei più grandi poeti della contemporaneità?

Altro nome che era stato ventilato dalla notizia ANSA dell’anno scorso è Italo Svevo, un autore un po’ anomalo nel panorama letterario, definito come un vero e proprio «caso letterario» per la fortuna letteraria che lo bacia solo pochi anni prima della morte in seguito alla pubblicazione de La coscienza di Zeno (1923). Eppure, per certi versi, per la sua formazione da autodidatta e lontana dall’iter classico umanistico, per la sua attività lavorativa distante per tanti anni dal mondo delle lettere, Svevo è emblema di molti intellettuali del Novecento. Nel 2009 è stato sottoposto ai maturandi un passo tratto da quello che è considerato il suo capolavoro. Potrebbe essere interessante esercitarsi su un altro grande romanzo di Svevo, Senilità. Ritengo possibile, in base ai criteri di scelta di questi anni, il ritorno di Svevo nell’analisi. Altro autore che sarebbe interessante rivedere all’Esame è Pirandello. Non è mai è stata proposta una novella o un brano di un romanzo di Pirandello. Nel 2003 gli studenti si sono cimentati con una scena teatrale tratta da Il piacere dell’onestà.

Non mi sorprenderebbe neppure il ritorno di Quasimodo («Uomo del mio tempo» era la poesia proposta nel 2002), considerato un grande e consacrato dal conferimento del Premio Nobel. Oppure dopo alcuni anni gli studenti potrebbero ritrovare il Paradiso. Sarebbe la terza volta, ma non nuocerebbe visto che a scuola la Commedia è sempre più trascurata. Quando nel 2005 e nel 2007 sono state assegnate per la prima prova dell’Esame di Stato nelle scuole secondarie superiori terzine tratte dalla Commedia (rispettivamente dal canto XVII e dal canto XI), l’esito non è stato dei più confortanti: una percentuale davvero irrisoria di maturandi (attorno al 4-5 per cento) si è cimentata con il monumentale capolavoro. E pensare che il Ministero aveva provveduto addirittura ad accompagnare i versi danteschi con alcune postille (peraltro a volte erronee) in funzione di commento e di parafrasi. Il dato non era che l’ennesima riprova dell’attenzione sempre minore che nelle scuole superiori veniva riservata allo studio delle tre cantiche.

 (pubblicato su Tempi.it del 12-5-2014)

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