maturità 2013Maturità 2013. Prosegue il viaggio di tempi.it in preparazione dell’Esame di Stato. Dopo Giovanni Pascoli, Gabriele D’AnnunzioLuigi Pirandello, Italo SvevoGiuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Italo Calvino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Cesare Pavese e Carlo Emilio Gadda, oggi parliamo di Grazia Deledda, l’unica scrittrice italiana ad aver conseguito il Premio Nobel.

 

La formazione, la consacrazione internazionale, l’oscurità

Scrittrice fecondissima, una delle più prolifiche (trecentocinquanta novelle, trentacinque romanzi oltre che poesie),  Grazia Deledda (1871-1936) era convinta che non sarebbe mai riuscita «ad avere il dono della buona lingua», come rivela giovanissima allo scrittore Enrico Costa, a causa dell’influsso troppo forte della cultura e del dialetto sardi. La Deledda si forma con cura sulle grandi opere classiche (Bibbia, poemi omerici), sugli autori della tradizione italiana (da Tasso a Manzoni), sui contemporanei, dai romanzieri francesi (Hugo, Balzac) ai russi (Tolstoj, Dostoevskij) agli italiani (D’Annunzio, Fogazzaro, Verga). Conosce anche la produzione di un’altra grande poetessa italiana, nata l’anno prima (1870), quell’Ada Negri, che sarebbe anche lei sprofondata, dopo la grande fama in vita, in un precoce oblio. «Le sue predilette frequentazioni […] stanno nella sua esperienza più come un fatto vissuto che come un fatto letterario» (Emilio Cecchi). Anche Verga, che è autore di quello che a torto o a ragione è considerato il secondo più grande romanzo dell’Ottocento italiano, quei Malavoglia che ottennero un successo di critica e non di pubblico, senz’altro è un riferimento importante per la scrittrice sarda. In realtà, però, le differenze tra la Deledda e Verga sono notevoli.

Contro le sue previsioni di gioventù, La Deledda ottiene un clamoroso successo, entrando a far parte della teoria dei letterati italiani insigniti del Premio Nobel, che comprende G. Carducci (1906), L. Pirandello (1934), S. Quasimodo (1959), E. Montale (1975), Dario Fo (1997). È l’unica donna italiana presente nel novero. Il fatto colpisce ancor più, perché il Nobel le venne conferito nel 1926 prima che a Pirandello. In dieci anni (tra il 1926 e il 1934) furono insigniti del Nobel due autori italiani, tra l’altro due isolani, una sarda e un siciliano. Queste furono le ragioni dell’importante riconsocimento: «Per la sua ispirazione idealistica, scritta con ispirazione di plastica chiarezza della sua isola nativa con profonda comprensione degli umani problemi». Per questo interrogano sia l’oscurità in cui è caduta in questi decenni sia lo spazio pressoché assente a lei riservato negli studi superiori. Un rapido questionario condotto tra gli studenti ci testimonierebbe che quasi nessuno di loro ha mai sentito parlare della scrittrice sarda.  Molte sue opere, poi, sono state anche trasposte a livello cinematografico (tra queste Cenere, L’edera, Canne al vento). Ora se è vero che a ragione Dante scrive che «non è il mondan romore altro ch’un fiato/ di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,/  e muta nome perché muta lato» (Purgatorio XI), è anche vero che è dovere di ciascuno di noi procrastinare la memoria degli uomini e  delle opere meritevoli. Per questo nel dicembre 2012 il Ministero della Pubblica Istruzione si è impegnato ad inserire lo studio dell’opera di Grazia Deledda (1871-1936) nei programmi scolastici, perché la scrittrice sarda «merita di essere un faro della letteratura italiana, per la sua storia, per la sua grandezza storica e culturale, per aver decantato come nessuno il fascino e la profondità della sua terra» (a detta del deputato sardo Mauro Pili).

 

 

 

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