Figura eclettica e, al contempo, eccentrica, poliedrica e versata in diversi campi, poeta, drammaturgo e romanziere, pubblicista e sceneggiatore, abile self promoter, Gabriele D’Annunzio è l’artista con cui tutti i contemporanei si devono confrontare, sia che lo amino e cerchino di imitarlo sia che lo osteggino e lo avversino apertamente. D’Annunzio deve essere «attraversato», capito, superato, parodiato, come ha ben compreso Montale, che, trent’anni più giovane, lo identifica come idolo polemico tra i poeti laureati de «I limoni» nella prima raccolta Ossi di seppia (1925), ma ancora nella quarta raccolta, Satura (1971), ormai anziano, fa memoria del poeta pescarese, morto da alcuni decenni, e fa la parodia de «La pioggia nel pineto» nel suo componimento «Piove».

Dopo aver lasciato l’Italia (1910) per sfuggire ai debiti, trovando rifugio in Francia, D’Annunzio torna in patria solo quando, scoppiata la Prima guerra mondiale, si fa acceso interventista infuocando il popolo con le sue parole e anticipando così la retorica di piazza mussoliniana. Alla guerra D’Annunzio partecipa non come soldato al fronte, in trincea, ma come personaggio d’eccezione, che vuole distinguersi ed essere protagonista. Il poeta soldato vola su Vienna, capitale dell’Impero Austroungarico, volantinando manifesti di propaganda sulla città. Il 16 gennaio 1916, durante un atterraggio di fortuna dell’aeroplano pilotato dal tenente Luigi Bologna, D’Annunzio rimane ferito ed è costretto a letto, per mesi, nell’oscurità.

La circostanza diverrà l’occasione per creare la leggenda di aver scritto diecimila «cartigli», striscioline di carta utilizzate per stendere i ricordi della lunga convalescenza. In realtà, soltanto alcune centinaia di versi vengono composti in quei mesi. La paratassi prevale sull’ipotassi, le frasi sono brevi, il tono riflessivo prevale sul superomismo. Non mancano tuttavia pagine improntate all’entusiasmo nazionalista e all’eroismo militare: «(Mia mamma) conobbe con me la trincea, conobbe la servitù del fango e l’ebbrezza del cielo, l’aroma del rogo votivo e l’ora ineffabile quando l’anima e l’ala sono un chèrubo assunto dal soffio dell’Eterno. […] Aveva la sete dell’immortalità per il suo figlio che proteso era a compire i suoi fati. […] E alla sorgente di sangue, che le scrosciava dal mezzo del petto, si dissetavano tutti i soldati».

I toni sono spesso compiaciuti, da poeta vate, come quando D’Annunzio si rivolge a se stesso: «Tu hai dato la pupilla dell’occhio destro a colei che ami: la tua pupilla di veggente, il tuo lume di poeta». Poi, tanti soldati si accalcano attorno alla sua branda nell’ospedale da campo dove è ricoverato per la prima volta. Scrive allora: «C’è chi mi guarda con l’occhio scoperto, e lacrima. C’è chi, non potendomi vedere, timidamente mi tocca, e trema. Mi sono fratelli. Nessuno mai mi fu tanto vicino come questi mi sono».

Nel febbraio 1918 D’Annunzio si rende protagonista di quella che lui stesso definisce «Beffa di Buccari» compiuta con una flotta di motosiluranti contro un piroscafo austriaco.

Il poeta decide di dedicare alla Grande guerra, definita da D’Annunzio «la guerra grande e giusta», un intero libro delle Laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroi, il quinto, noto comunemente come Asterope, Nel 1933 la raccolta viene pubblicata una prima volta con il titolo di Canti della guerra latina e una seconda volta col nome di Gli inni sacri della guerra giusta. Perché per D’Annunzio questa guerra è giusta secondo il concetto romano di bellum iustum (guerra combattuta per giuste ragioni)? Perché per lui è la prosecuzione del Risorgimento italiano. Per lo stesso motivo, conclusesi le operazioni militari nel 1918 e verificato il fallimento della realizzazione della grande Italia, D’Annunzio si fa promotore dell’impresa di Fiume (1919-1920). È forse il canto del cigno prima dell’uscita di scena dal palcoscenico pubblico. Dal 1921 lo scrittore si ritira, infatti, nella villa Cargnacco presso Gardone Riviera, che sarà il museo costruito a perenne memoria della sua vita inimitabile.

La raccolta Asterope si apre con una canzone francese Ode pour la rèsurrection latine, datata 1914, prima dell’intervento italiano. L’incipit dell’ode si chiede: «Quelle beautés nouvelles/ sont partout éparses dans la nuit/ […] Le jour est proche! Le jour est proche! ». I toni sono decisamente interventisti e patriottici: «La force barbare nous appelle/ au combat sans merci! ».

Vi sono, poi, altri componimenti significativi. I tre salmi per i nostri morti (1916) mostrano il suo sguardo di fronte al sangue versato: il poeta non vede la sofferenza della singola persona, il destino tragico dell’uomo che perde la giovinezza, l’amore, la vita, ma considera solo la patria in nome della quale il sangue dei morti viene versato. I toni sono, spesso, alti e boriosi: «Tu (la patria) signoreggerai da un mare all’altro. I campi distrutti tu li seminerai d’un seme eterno. Le città disfatte tu le riedificherai col granito dell’alpe liberata. […] Tu spezzi le mascelle del nemico e gli fai gittar la preda di tra i denti. Tu rompi a una a una tutte le sue chiusure, e tu metti in ruina le sue fortezze». E guardiamo la distanza che separa D’annunzio da Ungaretti e da Rébora nel descrivere i morti che «presi erano nella terra, tenuti erano dalla terra, profondati in essa, intrisi in essa, carname con zolle, ossame con selci. […] E morivano. E come il corpo loro formavano il tuo corpo, così gli spiriti loro facevano il tuo fiato, o Patria, il tuo fiato possente». Il poeta non guarda la sofferenza, il dolore, il destino che attende il singolo, ma contempla un’idea, lontano dalla realtà della vita.

Troviamo altre canzoni nella raccolta Asterope, dall’Ode alla nazione serba (1916), alle Preghiere per l’avvento, A Luigi Cadorna composta l’anno prima della disfatta di Caporetto (1916), All’America in armi (1917). I canti della guerra latina si concludono con la celebrazione della beffa di Buccari (1918).

Emblema e protagonista della sua epoca, D’Annunzio rappresenta, anche se con una patina edulcorata e raffinata, la nostra epoca, l’esito e il destino cui l’uomo si avvia quando mette sé e il proprio arbitrio sul piedistallo. In nome della fama, del successo, del potere e dei soldi si può vendere una parte di sé. Il mito di Faust si è compiuto, ma alla parola felicità è stato sostituito l’idolo in cui si ripone ogni speranza.

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