lunaLo scorso 28 maggio l’italiano Luca Parmitano è partito per una missione spaziale dell’ESA, la missione Volare. Un fatto di cronaca con cui tornano di moda lo spazio e la luna: un mistero che ha da sempre affascinato gli uomini e che trova eco nella letteratura, come dimostra il seguente articolo.

 

 

 

L’interesse per il viaggio cosmico ha da sempre affascinato gli scrittori. Ci soffermiamo ora su tre autori della letteratura italiana che hanno raccontato o descritto il viaggio sulla Luna prima dell’atterraggio di Neil Armstrong il 20 luglio 1969. Si tratta di Dante, Ariosto e Calvino.
La bellezza della salita ai Cieli connota tutto il Paradiso dantesco, nel quale il protagonista salendo di Cielo in Cielo potrà, per grazia, vedere le anime dei santi (che di solito godono della letizia eterna nella Candida rosa presente nell’Empireo) divise in base alle virtù che le hanno caratterizzate in vita.
Così, nel primo canto, Dante, che si trova nel Paradiso terrestre di fronte a Beatrice, ad un certo punto inizia a vedere una luce fortissima e a sentire una musica celestiale. Sta salendo verso l’alto, sta attraversando la Sfera del fuoco che circonda la Terra ad una velocità maggiore rispetto a quella con cui i fulmini scendono dall’alto verso il basso. L’esperienza che prova è ineffabile tanto che il poeta scrive: «Trasumanar significar per verba/ non si porìa; però l’essemplo basti/ a cui esperienza grazia serba». In realtà, Dante non si è accorto di non essere più in Terra e che sta salendo verso l’alto e sarà Beatrice, sua nuova guida nel Paradiso, a spiegargli quanto sta accadendo: «Tu stesso ti fai grosso/ col falso imaginar, sì che non vedi/ciò che vedresti se l’avessi scosso./Tu non se’ in terra, sì come tu credi;/ma folgore, fuggendo il proprio sito,/non corse come tu ch’ad esso riedi». Ormai purificato dopo il viaggio nel Purgatorio, il poeta è libero di salire verso le stelle, perché tutto tende verso il Cielo: «Le cose tutte quante/hanno ordine tra loro, e questo è forma/che l’universo a Dio fa simigliante./[…] La provedenza, che cotanto assetta,/del suo lume fa ‘l ciel sempre quïeto/ nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;/ e ora lì, come a sito decreto,/cen porta la virtù di quella corda/che ciò che scocca drizza in segno lieto». Il primo Cielo che Dante vede è quello della Luna, quel pianeta che è ricoperto di macchie «che in Terra ci fanno favoleggiare di Caino». Le macchie, spiega Beatrice, non sono dovute a variazioni di densità. Quasi per un intero canto Beatrice cerca di trarre Dante fuori dall’errore in cui è caduto, in quanto mortale. Sappiamo bene che le ragioni addotte da Beatrice per spiegare l’origine della macchie lunari non hanno alcun carattere scientifico.

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