Che fine fecero i parenti stretti e la musa ispiratrice negli ultimi anni di Pirandello? La moglie Antonietta Portulano morì ben ventitré anni dopo il marito, mentre i figli Lietta, Stefano e Fausto morirono rispettivamente nel 1971, nel 1972, nel 1975. Marta Abba si spense il 24 giugno 1988.

Luigi Pirandello apprezzò la scelta dei due figli Stefano e Fausto di intraprendere la carriera artistica (il primo nel campo figurativo e il secondo in quello letterario) e cercò di agevolarla in tutti i modi: diede loro un assegno che li rendesse almeno parzialmente autonomi, li introdusse negli ambienti artistici e intellettuali, creò occasioni di mostre e di notorietà.

Probabilmente la fama del padre venne vissuta dai figli piuttosto come un peso insopportabile che come trampolino di lancio per la loro carriera. Stefano scelse come nome d’arte Stefano Landi mentre Fausto conservò il cognome paterno.

Il nipote Pierluigi Pirandello, spentosi nel marzo 2018, figlio di Fausto, che era diventato un affermato artista, anche se sempre all’ombra del padre, non seguì la carriera artistica, ma divenne avvocato.

Nel Pirandello dimenticato, pubblicato da De Luca Editori d’arte nel 2017, Pierluigi Pirandello racconta i suoi ricordi e le notizie che gli sono state riportate sul nonno in un’intervista con Alfonso Veneroso.

Ad esempio, della nascita del nipote Pierluigi il nonno ebbe notizia solo più tardi. Nella lettera del 22 marzo 1930 Pirandello scrisse a Fausto:

“Che vuoi che ti dica, figlio mio […] in queste condizioni? Posso esprimerti soltanto […] il dolore che sento, crudelissimo, che tu non mi abbia confidato mai nulla”.

E poi ancora gli chiese nella stessa lettera: «Hai sposato la donna da cui hai avuto un figlio? Volevate farmi impazzire?».

Pirandello offrì la disponibilità a favorire l’allestimento di una mostra di pittura del figlio a Berlino, gli inviò dei soldi e si firmò: «Con grande affetto. Il tuo papà».

Con Fausto Luigi Pirandello condivideva la passione per la pittura. Se nel mondo letterario il famoso scrittore percorse strade innovative decisamente all’avanguardia, nel campo delle arti figurative era più ancorato alla tradizione, alla mimesi e al realismo ottocentesco.

Questa era l’opinione del nipote Pierluigi, che vedeva il padre Fausto interprete di uno spirito di novità nella pittura, incline ad un espressionismo che portava alla proiezione sul quadro dei sentimenti interiori. Al figlio Fausto Pirandello confessò il 10 giugno 1928:

“È curioso come tu, che sai vedere ed esprimere così bene ciò che avviene in te, non trovi poi la via per uscire da codeste opprimenti condizioni di spirito. Perché, quando ti metti a dipingere, guardi con gli occhi degli altri, tu che hai così buoni occhi per guardare in te? […]

Bisogna che tu ti liberi da ogni preoccupazione di modernità e la finisca di dipingere come tutti oggi dipingono, cioè brutto. Ho visto i Novecentisti: orrori, da un canto, e insulsissima accademia dall’altro, e tutti uguali. […]

La sorveglianza critica uccide l’arte. La critica d’arte moderna è micidiale. L’avete tutti nel sangue. Bisogna liberarsene”.

Luigi Pirandello aveva creato una sorta di salotto letterario negli anni Venti: vi partecipavano lo scrittore russo Semenoff, l’attore Sergio Tofano, Paola Masino, Massimo Bontempelli, Corrado Alvaro e altri intellettuali e pittori, a cui Pirandello era solito leggere il frutto del suo lavoro quotidiano alla fine della giornata.

Pierluigi Pirandello racconta ancora ad Alfonso Veneroso il divieto che il nonno fece ai figli di chiamare i suoi nipoti con il nome «Luigi».

Quante volte Pierluigi aveva sentito la storia del telegramma inviato dal nonno Luigi a Stefano che gli chiedeva l’autorizzazione per chiamare il figlio col suo nome: «No. Lascia stare. Di Luigi ce n’è uno solo».

Il famoso scrittore era molto attento alla felicità dei figli più di quanto Fausto lo fosse nei confronti del figlio Pierluigi. Così almeno confessa il nipote Pierluigi che ricorda una confidenza che il padre Fausto fece al pittore Marcello Avenali.

Il quadro La scala, probabilmente il migliore di Fausto, rappresenta un lupanare, ricordo di quella prima gioia dei sensi che il pittore conobbe in gioventù, perché il padre Luigi, preoccupato per il nervosismo del figlio, si era consultato con un parente, che era riuscito a convincere Fausto

“a superare la sua timidezza e a seguirlo in quella esperienza, cioè recarsi nella casa chiusa. Rotto il ghiaccio, Fausto Pirandello cominciò a navigare nel mare del piacere” (Pierluigi Pirandello).

Fausto accolse nella sua poetica e nella sua concezione artistica la massima del padre Luigi «La vita o la si vive o la si scrive», come si può vedere, ad esempio, nel dipinto Il remo e la pala: un giovane (che appoggia il braccio su di un anziano) osserva una donna con un piede oltre una panca che divide in due lo spazio pittorico.

L’immagine femminile, fortemente simbolica, documenta questa condizione in bilico tra l’osservazione e la vita. Pirandello di sé diceva di non aver mai vissuto la vita, se non scrivendola.

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