In Vaticano ci fu un’accesa discussione sull’opera di Pirandello. Il Santo Uffizio prese in esame il suo teatro e le sue novelle. L’amico Massimo Bontempelli e il critico teatrale Silvio D‘Amico intervennero perché il Santo Uffizio non mettesse all’indice le opere. Monsignor Giovan Battista Montini riuscì a far valere una linea comprensiva e tollerante. Proprio a quest’eminente personalità della Curia D’Amico inviò una lettera in cui riconosceva che l’opera di Pirandello fosse «l’espressione di un tragico smarrimento spirituale». Nel contempo, affermava con certezza che lo scrittore non aveva mai «dipinto i vizi con colori allettanti», mostrando al contrario nostalgia e simpatia «per la virtù e per la bontà». Aggiungeva, poi

Siamo ancora ben lontani […] dal riconoscimento di una Legge morale rivelata, da una adesione alla trascendenza; ben lontani, insomma, dal credo cattolico. Ma un nuovo desiderio è visibile; e chi conosce da vicino l’illustre scrittore, sventuratissimo nella sua vita familiare, in cui tuttavia ha sempre personalmente serbato una condotta di cittadino, marito e padre esemplare, ha potuto notare più d’un indizio d’una sua nuova, ansiosa ricerca spirituale.

Nella lettera del 1934 D’amico difendeva Pirandello dai forti attacchi mossigli per il libretto La favola del figlio cambiato, accusato di essere «sconcio e peggio», mentre, invece, era «innocentissimo». In una lettera in risposta ad un articolo di Silvio D’Amico su un’ipotetica redenzione di Pirandello, questi gli scrisse: «Io sono religiosissimo, caro Silvio: sento e penso Dio in tutto ciò che penso e sento». Nel 1935 all’amico don Giuseppe De Luca, grande intellettuale e sacerdote, sorprendentemente confidava di avere

una fede in Dio, non so se vera per Lei, prete, ma fermissima, alla quale ho dovuto ubbidire e offrire dolorose rinunzie.

Probabilmente proprio a quel crocifisso che aveva appeso nella camera da letto Pirandello rivolgeva tutte le sue domande e mostrava le sue sofferenze, quelle maturate durante le dure prove della vita: la malattia mentale della moglie, il suo ricovero a vita nella casa di cura romana, il tentato suicidio della figlia e, poi, la sua partenza dall’Italia dopo il matrimonio, la prigionia del figlio Stefano durante la Grande Guerra, l’amore impossibile per Marta Abba e, infine, chissà quanti altri dolori provati in quei decenni di rinuncia e di solitudine senza una donna al fianco.

Che cosa può ricomporre il dissidio, la lacerazione e il dramma che vive l’uomo? Sentiamo direttamente Pirandello nell’intervista sorprendente che rilasciò a Carlo Cavicchioli nel 1936.
Nato nel 1894 a Mirandola, Cavicchioli si era dedicato fin da giovane all’attività letteraria e teatrale. Conobbe il grande drammaturgo nel 1924 e continuò a svolgere attività di giornalista e di critico teatrale fino alla morte avvenuta nel 1964. Riportiamo l’intervista:

PIRANDELLO. Teatro serio, il mio, vuole tutta la partecipazione dell’enti­tà morale uomo. Non è un teatro comodo.

CAVICCHIOLI. Sì, ma capisco che il borghese, non più protetto dalla «beata infanzia», e non ancora adulto, non an­cora cresciuto al «problema» ne rifugga temendo per l’incolumità personale. Il pericolo è la dissociazione della persona­lità quando manchi un forte centro unificatore.

PIRANDELLO. Teatro difficile, diciamo, teatro pericoloso. Nietzsche diceva che i Greci alzavano bianche statue contro il nero abisso, per nasconderlo. Sono finiti quei tempi. Io le scrollo, invece, per rivelarlo. «In questo nulla spero di trovare il tutto» dice Faust avventurandosi alla regione inferna delle madri. Per poter scendere in fondo all’abisso ci vuole almeno la speranza di trovarci Elena… Bisogna abituarsi a vedere nel buio.

CAVICCHIOLI. Certo è un teatro assolutamente antiborghese, e nello stesso tempo il più adatto al borghese per venirci a fare i suoi esercizi spirituali.

PIRANDELLO. La difficoltà è tutta nell’esecuzione che dovrebbe essere pari alle difficoltà proposte. È la tragedia dell’anima moderna. Bisogna farla discendere dal palcoscenico fra questo pubblico. L’esecuzione dovrebbe avere appunto un carattere religioso: si tratta di un «mistero» moderno. Se l’esecuzione fosse come la voglio, come la vedo, il pubblico, sono certo, seguirebbe, entrerebbe nel mio giro.– In tempi d’azione e di rivoluzione questo teatro è teatro di rivoluzione e di esecuzioni capitali. In questo senso lo considero teatro del mio tempo. La distruzione esige una ricostruzione. Fa tabula rasa perché appaiano nuovi valori. – Esso chiama a raccolta perciò, le più profonde forze vitali dell’uomo.

CAVICCHIOLI. Ma in che senso il suo teatro risponde alle esigenze dell’arte moderna? E, anzitutto, a suo parere, quali sono le necessità della nostra epoca, in fatto d’arte?

PIRANDELLO. Non ci sono programmi, non ci possono, non ci devono essere preformazioni e imbrigliamenti. L’arte, libera vita dello spirito, deve essere assolutamente libera, per manifestare se stessa. Tutto il mio teatro riconosce solo una necessità, proprio nel senso greco, una duplice contraddittoria necessità primordiale della vita: essa deve consistere e, nello stesso tempo, fruire. La vita ha pur da consistere in qualche cosa se vuole esse­re afferrata. Per consistere le occorre una forma, deve darsi una forma. D’altra parte questa forma è la sua morte perché l’arresta, I’imprigiona, le toglie il divenire. Il problema è questo, per la vita: non restar vittima della forma. È qui tutto il tragico dissidio della storia della libertà. Nietzsche, Weininger, Michelstädter vollero far coincidere assolutamente a ogni istante, forma e so­stanza, e furono spezzati e travolti.

CAVICCHIOLI. Questo dissidio era anche alla base della vita spirituale greca: Parmenide, filosofo dell’ente immobile, dell’Uno: Eraclito, il proclamatore della trasformazione, della instabilità, dell’eterno fluire. In lei, forse per le profonde radici della razza, riappaiono le due esigenze, ma si unificano e prendono coscienza di sé come antagoniste. Quale soluzione pone lei al conflitto?

PIRANDELLO. Questo: non lasciar soffocare dalla forma la vita. Esiste in noi un punto fondamentale, un nucleo di sostanza vitale che non può essere impunemente chiuso e soffocato. Nei grandi momenti della vita lo sentiamo in pericolo e allora lo difendiamo.

CAVICCHIOLI. Il Lazzaro vuole dare una risposta in questo senso?

PIRANDELLO. Sì. Nel Lazzaro do la risposta più netta al dissidio fondamentale, nel mio teatro, in quanto fatto religioso e sociale. Se all’uomo non libero togliete la forma, in quanto legame spirituale, subito egli ricasca fra le bestie, e il primo atto della sua così detta libertà è una fucilata contro un altro uomo, contro l’Adamo nuovo che vive in pace con la sua Eva. Il figlio allora si sacrifica, rientra nell’ordine, indossa ancora la veste sacerdotale per coloro a cui è necessaria. La sua fede razionale conduceva alla rovina, e non era che forma essa pure. Cristo è carità, amore. Solo dall’amore che comprende, e sa tenere il giusto mezzo fra ordine e anarchia, fra forma e vita, è risolto il conflitto. Sono anche lieto che nessuna autorità religiosa abbia trovato da condannare. Della mia opera nulla è all’indice. La Civiltà Cattolica ne ha parlato a fondo, in tre articoli che formano addirittura un volume, e conviene della sua perfetta ortodossia. Voglio dire che uno degli aspetti della mia opera è questo: perfetta ortodossia in quanto posizione di problemi. E tali problemi non comportano che una soluzione cristiana.

È un’intervista interessantissima, da analizzare, sviscerare, comprendere. Qui sottolineiamo solo tre importanti questioni toccate da Pirandello.

In primis l’autonomia e la libertà dell’arte, in ogni tempo e in ogni luogo, esigenza sentita ancor più viva negli anni in cui il drammaturgo risponde alle domande di Cavicchioli, anni di regime, in cui l’arte rischia di essere imbavagliata o esiliata o assoggettata a fini politici, ma esigenza propria di ogni epoca, perché sempre il potere ha paura della libertà dell’artista.

In secondo luogo, Pirandello sottolinea la ricerca della libertà da parte dell’uomo, una ricerca sempre drammatica, perché condotta tra il desiderio di arrivare a cogliere e comprendere la sostanza e il nucleo originario di sé e della realtà e la volontà di conservare comunque una forma che permetta alla sostanza di non dissolversi nell’aria. Questa forma è come un contenitore che contenga al proprio interno l’acqua, un confine che delimiti la terra, un nomen che abbia dentro di sé l’omen.

In terzo luogo, lo scrittore descrive la frammentazione e la lacerazione dell’uomo, sanabile solo dall’amore, da quell’amore che è carità, tema centrale dell’opera Lazzaro.

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