Percorriamo la strada che porta alla magnifica basilica di Sant’Eustorgio. In un assolato pomeriggio di luglio un cielo azzurro terso è sporcato da qualche nuvola bianca. Il nuovo studio delle Edizioni Ares e della rivista Studi Cattolici si apre sul parco che cinge la Basilica in via Santa Croce 20/2. Si festeggia un importante traguardo per la rivista, giunta a luglio 2019 al numero 700.

Cesare Cavalleri, che lavora senza sosta nel suo studio, dirige la Casa Editrice Ares e Studi Cattolici da ben 53 anni. La Nuova Bussola lo ha intervistato.

Com’è nata la rivista Studi Cattolici?
Nasce nel 1957 negli ambienti curiali romani grazie al contributo di diversi monsignori (come monsignor Salvatore Canals), alcuni dei quali poi sono diventati cardinali; è nata come rivista di teologia pratica.

La svolta è avvenuta nel 1965 per opera dell’allora redattore capo Michelangelo Peláez, artefice del trasferimento delle Edizioni Ares e della rivista dal quartiere romano di Prati alla sede milanese di via Stradivari 7. Altra novità del 1965 è che la rivista diviene mensile. Dal gennaio 1966 io sono diventato il direttore e lo sono ancora oggi.

Una rivista deve essere sempre giovane, cioè viva, attuale, saper parlare all’uomo e intercettarlo nelle sue domande e nei suoi bisogni. Com’è cambiata la rivista in questi decenni? Tu, come direttore, hai sentito l’esigenza di cambiarla? Il tuo ultimo editoriale per il n. 700/701 di Studi Cattolici s’intitola «Traguardo e ripartenza». Come riparte Studi Cattolici dopo il traguardo dei 700 numeri?
Certamente il traguardo raggiunto è significativo, ma questo nuovo numero non è e non vuole essere il ciuffo d’erba dato al dinosauro morente. La rivista gode di una perfetta salute. Abbiamo associato subito al numero 700 il successivo 701, perché non ci fossero dubbi. La rivista ha una sua continuità. Si occupa di tutto.

Consente a chiunque la prenda in mano di trovare qualcosa da leggere per l’argomento che gli interessa. Il problema non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni ed è quello che Studi Cattolici cerca mensilmente di fare. La rivista ti offre una griglia di interpretazioni degli avvenimenti in tutti i campi (culturale, politico, dello spettacolo, ecc.).

Qual è l’anima della rivista, il timone, la bussola, la direttiva, il filtro che permette appunto di orientarsi nel giudizio?
Il taglio deve piacere innanzitutto a chi scrive. Il primo lettore è chi scrive la rivista.

Quale ritiene che sia la sfida principale per l’uomo contemporaneo nella cultura di oggi?
Senz’altro la difesa della vita, la promozione della vita e la capacità di scandalizzarsi. Mi addolora molto in questi giorni vedere che anche le amministrazioni comunali corrano dietro ai gay pride invece che valorizzare la famiglia.

E poi vengono lanciate accuse di omofobia a tutti coloro che la pensano diversamente. Se coloro che organizzano o sostengono i gay pride hanno il diritto di esprimere la loro opinione, io rivendico per me il diritto di scandalizzarmi.

Importante è avere la possibilità di ribadire che esiste una verità.
Abbiamo un giudizio, un pensiero, una libera mente che può esprimere la propria opinione.

Quali sono stati i tuoi maestri nella scrittura, nell’attività giornalistica?
La cultura è sempre un fatto di autodidattismo e, quindi, io posso dire di non avere maestri. Per quanto riguarda la narrativa, mi sono ispirato a Dino Buzzati. Per quel che concerne la poesia, un poeta molto valido e purtroppo poco antologizzato è Raffaele Carrieri.

Per capire veramente la poesia, e in particolare la poesia contemporanea, bisogna impararla a memoria. Se uno impara a memoria la poesia, poi la capisce. Oggi è finita l’era dei versi indimenticabili. Nessuno scrive più versi come «Ed è subito sera». La poesia contemporanea ha un andamento narrativo che innervosisce, perché non è né poesia né prosa.

Il canone letterario del Novecento è stato chiuso, probabilmente troppo in fretta, senza considerare grandi voci del panorama poetico e narrativo. Tu riapriresti il canone letterario del secolo scorso? Quali grandi autori esclusi inseriresti?La questione del canone letterario non è un problema davvero importante. Quello che conta è che oggi anche i poeti capaci scrivono dei libri che non vanno bene, versi che non sono memorabili. Una caratteristica della poesia contemporanea è la non memorabilità e questo è un po’ imbarazzante.

Un secolo fa, nel 1912, in un’epoca di grande crisi per la poesia, in cui si stavano diffondendo le avanguardie, Saba aveva scritto un articolo di giornale, che rimase inedito, intitolato «Quello che resta da fare ai poeti».

Saba insisteva sulla differenza tra Manzoni e D’Annunzio. Ai poeti non resta da fare che «poesia onesta», come quella manzoniana. Nei versi del poeta lombardo traspare «la costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda alla sua visione», mentre D’Annunzio sembra quasi voler circuire il lettore ingigantendo in maniera ipertrofica il proprio io e le proprie esperienze.

Dovere del poeta onesto è non forzare mai l’ispirazione volendo farla apparire più grande di quella che essa in realtà è. Cosa ritieni che debbano fare i poeti di oggi? Qual è la strada che deve seguire la poesia contemporanea?
I poeti oggi devono fare quello che sanno fare. Colgo l’occasione per ribadire una volta ancora che Manzoni è un pessimo poeta. Il primo a riconoscerlo è stato lui stesso che ha interrotto gli «Inni sacri» perché manifestamente non all’altezza.

Manzoni, quindi, non è un poeta, mentre un poeta senz’altro grandissimo è D’Annunzio a cui tutti nel Novecento, a cominciare da Montale, hanno finito per ispirarsi.

(Giovanni Fighera, pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 5-7-2019)

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