Di SILVIA STUCCHI. Il saggio di Giovanni Fighera, Pirandello in cerca d’autore. Una rilettura (Edizioni Ares, p. 175, 13 euro), propone un’analisi a tutto tondo della figura di Luigi Pirandello come raramente viene ormai presentata in aule dove il tempo-scuola viene sempre più frammentato ed eroso da tante altre attività e in cui di necessità si viaggia per semplificazione di concetti. Eppure, Pirandello, l’autore che più di tutti ha cercato di demistificare l’irrigidimento della complessità della Vita in forme che la immiseriscono, è stato paradossalmente vittima di grossolane semplificazioni basate su formule stereotipe.

Già Pirandello denunciò tale situazione dalle pagine della rivista “Il dramma” del 15 dicembre 1931, in occasione della pubblicazione de L’uomo, la bestia e la virtù.

Qui egli affermava: “La mia opera trova già prevenuti tanto il giudizio della critica quanto l’attesa del pubblico, per colpa di quelle concezioni astratte e e stravaganti sulla realtà e la finzione, sul valore della personalità e sul relativismo che non sono altro se non le deformazioni cristallizzate di due o tre delle mie commedie, di quelle due o tre che sono arrivate per prime a Parigi”. Insomma, per sublime ironia della sorte, colui che aveva lottato per la vita contro la finzione, per la sostanza al di là del nome, fu ridotto a puro nome, alla facile formuletta del “pirandellismo”.

Giovanni Fighera, però, insegnante di lungo corso e blogger, i cui libri sono stati letti dalla Radio Vaticana, ha la chiarezza espositiva di chi sa interessare studenti e lettori, e, presentando documenti rari e poco noti, illustra l’autentica complessità della figura di Luigi Pirandello, non solo per quanto concerne la vita familiare tormentata, a partire dalla malattia mentale della moglie per poi passare al tentato suicidio della figlia e all’amore a senso unico per la giovane attrice Marta Abba.

Fighera si concentra in particolare sulla concezione pirandelliana dell’arte, a partire dall’illuminante e poco noto discorso tenuto da Pirandello al Teatro Bellini di Catania nel 1920, in occasione degli ottant’anni di  Verga. Un grande scrittore, afferma, riesce a liberarsi della sua temporalità, “vale a dire di tanti elementi, spesso incoercibili, che sono del tempo e nel tempo  assorbendoli in una forma che sia per sé stessa compresente d’ogni tempo”. Le opere basate sulla contemporaneità, che però non l’hanno assorbita e superata, anche se esaltate dalla critica, presto decadono.

Ma l’opera della maturità di Verga porta lo stigma della grande letteratura “nonostante egli sia il più antiletterario degli scrittori”; D’Annunzio, invece, “è tutto letteratura, anche là dove l’esperta e istrutta, acutissima sensibilità riesce a farlo veramente vivo; noi sentiamo sempre che è “troppo” anche là, e questo troppo gli è dato dalla letteratura” (p. 62). Del resto, Pirandello disse anche che “tutte le cloache d’Italia sfociano a Gardone. E l’Italia ha tanto stomaco da sopportare tutto questo!”.

Di fatto, Pirandello sintetizzava l’esistenza di due diversi stili: uno stile di parole, quello di D’Annunzio, e uno stile di cose, in Verga: stile di parole e stile di cose si erano sempre fronteggiati nella letteratura italiana, a partire dal Trecento, quando alla concretezza di Dante Petrarca contrappose un linguaggio vago e indeterminato.

Qualche anno dopo, nel 1949, Mario Luzi, ne L’Inferno e il limbo, avrebbe ugualmente distinto due modi di fare poesia: “accrescere l’esistente” o “commentare l’esistente”, modalità espressive di cui sono emblemi, rispettivamente, Dante e Petrarca.

   Di grande interesse è anche il capitolo XXIX, L’ultima intervista (p. 155), che tratta una vicenda poco nota, la discussione sulle opere pirandelliane presso il Sant’Uffizio, quando Massimo Bontempelli e Silvio D’Amico intervennero per evitare che esse finissero all’Indice: in tale frangente, Monsignor Montini, il futuro Paolo VI, riuscì a far prevalere una linea tollerante, anche alla luce del secondo testo della Trilogia del Mito, Lazzaro, del 1928, cui Fighera dedica finalmente il debito spazio.

Qui Pirandello mise a tema Cristo/ Carità, ovvero, per usare le sue stesse parole, “quell’amore che comprende e sa tenere il giusto mezzo tra ordine e anarchia, tra forma e vita”: l’autore si rivela interprete dell’epoca in cui il relativismo, etico ed estetico, porta all’affermazione d’un uomo che si vede scisso come se fosse davanti a uno specchio rotto in centinaia di frammenti.

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