Grandezza e miseria dell’uomo in Pascal e Leopardi PDF Stampa E-mail
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Grandezza e miseria dell’uomo in Pascal e Leopardi
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altSe scorriamo lo Zibaldone, alla pagine 3171 e 3172, Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto  la grandezza dell’uomo proprio nell’essere “canna pensante”. Ne I pensieri il filosofo francese, infatti, scriveva:

L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.”

 

Poco dopo, ancora affermava:

“La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile”.

L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. L’uomo percepisce la distanza tra l’angusto limite temporale nel quale ci è dato vivere e il tempo degli astri e dell’universo e, ancor più, l’eternità che non riusciamo neanche a pensare!

 



 

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