finestraLa ragione al suo apice si apre alla fede, spalanca la sua finestra sul Mistero. Così Leopardi scrisse nello Zibaldone che le «illusioni» – ciò che il cuore desidera – «non son vere se non rispetto a Dio e a un’altra vita». Un’intuizione drammatica per un uomo colto e illuminato, assetato di bellezza ma incapace, da solo, di riconoscerla nella realtà.

C’è un Leopardi abbastanza sconosciuto ai lettori e spesso anche ai critici letterari, quello che affronta la natura del rapporto tra ragione e fede. Non è un Leopardi minore, come vedremo ora. Leopardi scrive nello Zibaldone che «la perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci». E ancora: «La ragione non può essere perfetta se non è relativa all’altra vita». La ragione al suo apice si apre alla fede, spalanca la sua finestra sul Mistero. «Dopo la cognizione pertanto, non possiamo tornare alle illusioni, cioè ripersuadercene, se non conoscendo che son vere. Ma non son vere se non rispetto a Dio e a un’altra vita». Tutto è effimero e passeggero a meno che non sia salvato da qualcosa di infinito, da Qualcuno che promette che ogni capello del nostro capo è contato ed è salvato. «Dunque la perfezion della ragione (tanto rispetto a questa come all’altra vita, perché ho mostrato che la perfezione rispetto a questa vita dipende dalla perfezione rispetto all’altra) consiste formalmente nella cognizione di un altro mondo. In questa  cognizione dunque consiste la perfezione e quindi  la felicità dell’uomo corrotto. Dunque l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione». E ancora: «L’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto, non può essere felice sodamente e durevolmente (quanto può esserlo quaggiù) se non in uno stato (ma veramente) religioso, cioè che dia un corpo e una verità alle illusioni, senza le quali non c’è felicità, ma ch’essendo conosciute dalla ragione, non possono più parer vere all’uomo, come paiono agli altri viventi, se non per la relazione e il fondamento e la realtà che si suppongono avere in un’altra vita». Ciò che dà consistenza alle cose è solo la persuasione di un’altra vita; «dunque bisogna che la religione ci persuada». 

 

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