Leopardi afferma che occorre una fede ragionevole, ben fondata sulla ragione, che conosca i motivi adeguati per cui avere fiducia, bisogna sapere perché credere. Molte sono le domande che sorgono da questi estratti dello Zibaldone: come avere quella cognizione dell’altro mondo di cui parla il poeta? Come essere persuasi e credere  davvero? Non può essere un discorso a persuaderci, non può essere un ragionamento, ma un fatto, un avvenimento.

Ancora, in tante pagine dello Zibaldone Leopardi ad un certo punto della sua vita afferma che le sue idee si completano con il cristianesimo, che può spiegare quella parte della «natura delle cose» che nel suo sistema resta «oscura e difficile», come ad esempio l’origine dell’uomo, la facilità dell’uomo a decadere e a «perdere il suo stato primitivo»  (peccato originale). Chiunque leggesse queste pagine della miscellanea del Recanatese rimarrebbe stupito nel cogliere come lo scrittore avvertisse l’estrema ragionevolezza del cristianesimo, la sua capacità di fornire ragioni adeguate ai perché dell’esistenza e al Mistero delle cose: «Il Cristianesimo spiega chiaramente perché la ragione e il sapere corruttori dell’uomo siano in lui così facili a prevalere, giacché attribuisce la cagione originale e radicale della corruzione al peccato, il quale introdusse lo squilibrio fra la ragione sua e la natura sua… Ora, secondo lo stesso Cristianesimo, era certamente meglio che l’uomo non peccasse: ed  egli sarebbe rimasto più perfetto e più buono non peccando, e non corrompendosi, e questo gli era destinato primordialmente. Eppure Iddio permise che peccasse…».

Ora non è possibile qui sintetizzare tutte le pagine dello Zibaldone al riguardo. Appare senz’altro chiaro che per Leopardi il cristianesimo rimane un fatto intellettuale. Il Recanatese ne coglie la ragionevolezza, ma il giudizio della sua ragione non è supportato dalla efficacia della affettività e dell’esperienza. Leopardi, così, prenderà ben presto le distanze da quel  cristianesimo della madre per cui sarebbe meglio non vivere che peccare. Di questo allontanamento e delle ragioni abbiamo testimonianza già nel settembre 1821 nella prosa dello Zibaldone: «Il Cristiano fugge il mondo per non peccare in se stesso o contro se stesso, cioè contro Dio… Che vantaggio può venire alla società, e come può ella sussistere, se l’individuo perfetto non deve far altro che fuggir le cose per non peccare? impiegar la vita in preservarsi dalla vita? Altrettanto varrebbe il non vivere. La vita viene ad essere come un male, come una colpa, come una cosa dannosa, di cui bisogna usare il meno che si possa, compiangendo la necessità di usarne, e desiderando esserne presto sgravato». Non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: un affetto e un abbraccio, non un discorso o una morale! Bisogna incontrare l’Ideale come intuisce Leopardi in maniera geniale nel settembre del 1823. Occorre che il Bello sia incontrabile, si faccia carne. Scrive, così, la poesia «Alla sua donna». La domanda che anima il canto, il tono sentimentale e affettivo che contraddistingue quel testo sono documentati in una bellissima lettera che il poeta scrive da Recanati qualche mese prima il 23 giugno del 1823 all’amico belga A. Jacopssen, carica di una dignità umana grandissima, di un’attesa e di una domanda che si traduce in preghiera (perché di preghiera si tratta) che l’Infinito si faccia sperimentabile.

Nel canto «Alla sua donna» Leopardi  chiede alla bellezza, a quella bellezza che traluce dal paesaggio naturale o dall’etereo volto di una donna, dove abiti, dal momento che al presente è difficile afferrarla o vederla: forse nell’età dell’oro, in un mitico passato, o in un futuro di cui a noi non è dato godere? L’unica speranza per il poeta è quella di percorrere un sentiero nuovo, diverso da quelli fino ad allora percorsi e di incontrarla, così come spesso Leopardi sperava da giovane. Questa bellezza è quanto di più grande l’uomo possa immaginare in terra: è la Bellezza con la «b» maiuscola, l’Ideale. Se qualcuno la amasse, la sua vita sarebbe più felice, sarebbe come quella che nel cielo «india», cioè porta a Dio; se l’amasse, l’uomo cercherebbe la virtù, la bontà. Al poeta (più in generale l’uomo), privato della Bellezza, basterebbe anche solo conservarne l’immagine in mezzo agli affanni della vita quotidiana. L’ultima stanza è una preghiera rivolta alla Bellezza, all’Ideale. Leopardi lo apostrofa invocandolo a ricevere, ad accogliere  quest’inno, sia nel caso in cui viva nell’iperuranio come una delle Idee platoniche, sia nel caso in cui viva  nei cieli superiori, lontano da noi. È il desiderio che l’Ideale, il Bello, l’Infinito sia qui tra noi, possa essere esperienza «di qua dove son gli anni infausti e brevi». È la preghiera che il Bello si faccia carne, possa assumere forma umana.

L’uomo, però, non riesce a  sostenere da solo e a lungo il senso di sproporzione, di vertigine che prova  di fronte al Mistero, all’Infinito. Solo davanti ad una presenza e a un grande amore, infatti, l’uomo abbandona i propri progetti e abbraccia quello che ha incontrato. In tanta produzione di Leopardi non domina il sentimento della presenza che ci rende lieti, bensì la percezione di un’assenza. Quando questa nota diventa dominante nelle giornate, essa si può tramutare in accesa accusa nei confronti della natura e della realtà esterna, colpevoli di esserci nemiche. Testimonianza emblematica di quest’ultima posizione è il canto «La ginestra», da molti considerato il testamento spirituale di Leopardi. Il testo, lungi dal poter essere considerato tale, rappresenta in realtà un recedere dall’intuizione geniale che il Recanatese più volte ha avuto nella sua vita, un venir meno della posizione di domanda e di ricerca di una felicità infinita. Testimonia la posizione dell’uomo che, non avendo incontrato l’Ideale o non avendolo riconosciuto, non volendosi comunque arrendere, propone un progetto partorito dalla sua mente: qui sta la differenza tra un ideale che si incontra e un’utopia che è frutto del nostro sogno.

Se Leopardi si sia aperto alla conversione in punto di morte rimane un mistero insondabile, ma credibile. L’atto di morte presente nella Chiesa Annunziata a Fonseca di Napoli recita: «A 15 giugno 1837 Don Giacomo Leopardi conte figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici, di anni 38, munito dei Santissimi Sacramenti, a’ 14 detto mese, sepolto id. Deceduto Vico Pero n. 2». Gli studiosi hanno aperto un dibattito su questa conclusione della vita del Recanatese, che non è possibile né opportuno sintetizzare qui ai fini del nostro discorso. (pubblicato su Lanuova bussola quotidiana del 24-2-2013)

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