Nella società dove comandano i bisogni Leopardi chiarisce il vero  e originario desiderio dell’uomo e ci parla di un cuore che è capacità di Infinito, proprio come se fosse un contenitore che non può mai essere colmato da beni terreni finiti. Nei Pensieri Leopardi definirà questo desiderio di felicità infinita con il termine «noia». Essa è

in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,[…] il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile della spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo umano e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana (Pensieri, LXVIII).

Nella lettera all’amico belga Jacopssen del giugno del 1823 il poeta descrive la grandezza dell’attesa dell’animo umano e, nel contempo, l’esperienza del deserto, dell’inutilità e dell’inanità del tutto, del vuoto dell’esistenza, della vanitas vanitatum di cui parla il libro di Qoelet. Le cose appaiono sempre insufficienti e inadeguate alla capacità dell’animo. La consapevolezza del proprio desiderio, della precarietà del proprio essere e della finitudine dei beni non si traduce, però, in cinismo o in scetticismo, ma in domanda, come accade in tutti gli spiriti grandi, sensibili e autentici. Così Leopardi chiede all’amico: «Che cos’è, dunque, la felicità? E se la felicità non esiste che cos’è dunque la vita?». Qui è sintetizzata la ricerca che ha animato tutta la vita e la produzione letteraria e filosofica di Leopardi. La domanda più vera e connaturata al cuore dell’uomo riguarda la felicità, ma l’uomo può sostituirla con l’ambizione e la pretesa di essere buono o di essere sempre migliore in un titanismo che non dà sollievo all’umana arsura  oppure la rimpiazza con altre domande che riducono la statura della domanda di felicità o con risposte preconfezionate, in un atteggiamento da «bruto» dantesco o da «gregge» leopardiano. Nessuno sforzo umano può riuscire a colmare quel desiderio di infinito che sentiamo nel cuore né tanto meno può giungere a cogliere da solo la natura di quell’infinito a cui l’uomo anela. Per questo l’atteggiamento del cuore che emerge in questa lettera potrebbe preludere alla conversione. Leopardi, infatti, si rende conto che è vera saggezza cercare la felicità nell’Ideale e ha nostalgia dell’epoca in cui ancora perseguiva ciò. Che cos’è questo Ideale a cui fa riferimento il poeta? Una risposta plausibile potrebbe già comparire nella lettera. Leopardi, infatti, dice chiaramente che la vita non può essere veramente tale senza l’esperienza di un grande amore. Quando uno ha sperimentato un grande amore, tutto il resto appare piccino. Dirà al riguardo Romano Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». Per questo, a detta di Leopardi, nella vita non bisogna perdersi in amori volgari, ma occorre ricercare l’amore vero, l’emozione profonda, quella che tocca il cuore. Perché la vita possa definirsi davvero tale deve essere caratterizzata dal «sempre amare, sempre sperare». L’uomo deve, perciò, trovare o imbattersi in qualcosa o qualcuno su cui riversare il proprio amore, che diventi così oggetto della propria sensibilità. In questo caso l’uomo vivrebbe con entusiasmo. Se l’uomo si abbandonasse all’entusiasmo, alla virtù, alla generosità, sarebbe più felice.

Pochi mesi più tardi, nel canto «Alla sua donna» scritto nel settembre del 1823, il grande amore verrà identificato  con la Bellezza con la «B» maiuscola. Se qualcuno la amasse, la sua vita sarebbe felice, sarebbe come quella che nel cielo «india», cioè porterebbe a Dio. L’uomo che l’amasse cercherebbe la virtù e la bontà. Nell’ultima stanza Leopardi apostrofa la Bellezza invocandola ad accogliere quest’inno, sia nel caso in cui viva nell’Iperuranio come una delle Idee platoniche, sia nel caso in cui viva  nei cieli superiori, lontano da noi. È il desiderio che l’Ideale, il Bello, l’Infinito sia qui tra noi, possa essere esperienza «di qua dove son gli anni infausti e brevi». È la preghiera che il Bello si faccia carne, possa assumere forma umana. È un grido umanissimo che si tramuta in preghiera  e in invocazione.

L’anno seguente, siamo nel 1824, in pieno pessimismo cosmico secondo la tradizione critica relativa a Leopardi, il Recanatese compone il «Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez». La vita è una sfida, un viaggio da cui non ci si può ritirare, perché nella realtà i segni di una positività sono molti, sono disseminati, ci provocano e ci spronano a viaggiare. Colombo confessa all’amico: «Tutti questi segni raccolti insieme, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona». Questo atteggiamento di inesausta apertura verso la realtà e il Mistero ultimo, quell’orizzonte del mare che è il destino di ogni uomo, è l’unico atteggiamento davvero umano. Domandare è l’unica posizione degna, perché non c’è risposta ad una domanda che non si pone.

 

Potrei proseguire oltre in questa disamina dell’opera leopardiana mostrando come in Leopardi alla delusione seguano sempre la ripartenza e la ricerca instancabile della felicità.

 

Per questo ben vengano ogni traduzione di Leopardi e ogni iniziativa che possa rilanciare l’amore per la sua opera. Ciò che, però, occorre davvero al lettore di Leopardi è un cuore aperto e che domandi la vita. Solo un cuore che palpiti e che percepisca l’abisso di vita che provava Leopardi può cogliere il vero valore della sua opera. Leopardi, come pochi altri, riesce a ricordarci la vera statura dell’uomo e la grandezza del suo desiderio. (pubblicato su La bussola quotidiana del 6-1-2011)

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