Nello Zibaldone numerose sono le pagine che Leopardi dedica all’espressione poetica come sorgente di piacere. La poesia deve procurare un accrescimento di vitalità, deve dilettare; ma, nel contempo, Leopardi è ben cosciente che ai moderni non è consentita una poesia di sola immaginazione, perché la poesia contemporanea non può prescindere dalla conoscenza del vero e dalla ragione a meno di risultare meno autentica. Dunque la poesia avrà un «carattere riflesso e sentimentale». Sarà, nel contempo, espressione delle domande esistenziali dell’uomo, del desiderio di felicità e di un uso della ragione ancora «puro». La vera poesia sarà, quindi, quella lirica, espressione dell’io, del cuore dell’uomo. Tra i tre generi di poesia delineati nella tripartizione aristotelica, lirica, epica, drammatica, Leopardi sancisce, quindi, il primato della prima, in quanto universale, propria dell’uomo in ogni luogo ed in ogni tempo.

Le grandi opere di genio, anche quando fanno percepire la nullità, la precarietà dell’esistenza, servono comunque da consolazione. Più in generale, la grande arte ha una funzione consolatoria. Leopardi annota, infatti, nello Zibaldone: «Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo».
Leopardi, certo com’è che la poesia debba accrescere il diletto, il piacere e la vitalità, è per tanti anni convinto che essa si debba basare sulla facoltà immaginativa e sulla poetica del vago, dell’indefinito e della rimembranza. Per spiegare i contenuti di questa poetica nello Zibaldone Leopardi ci racconta che quanto ci piace e ci diletta da fanciulli, «una veduta, una campagna, una pittura, un suono ecc. un racconto, una descrizione, una favola, un’immagine poetica, un sogno» è sempre vago e indefinito e desta in noi un’impressione «indeterminata e senza limiti: ogni piacere, ogni aspettativa […] di quell’età tien sempre all’infinito: e ci pasce e ci riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti […]. Osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei». Leopardi riconosce nella fanciullezza un’età centrale e fondamentale nell’esistenza di ogni individuo, perché nell’età adulta spesso le sensazioni piacevoli vengono provate a partire da percezioni o esperienze che in qualche modo ricordano l’infanzia. Più avanti sempre nello Zibaldone Leopardi affermerà che l’idea del vago e dell’indefinito desta nel nostro animo piacere, proprio perché richiama quell’infinito cui il nostro cuore anela. Quindi, «la varietà, l’incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede» o ancora «la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle, o di persone ecc.  […] un ondeggiamento vago ecc. che l’animo non possa determinare» producono in noi un senso di piacere. Lo stesso vale per quanto riguarda il suono, il canto, e tutte le percezioni che riguardano l’udito. Leopardi esemplifica con il fragore del tuono, quando è più sordo e in aperta campagna, o con lo stormire del vento, «perocché oltre la vastità, e l’incertezza e confusione del suono non si vede l’oggetto che lo produce, giacché il tuono e il vento non si vedono». Sarebbe qui troppo lungo proseguire tale discorso in quanto il Recanatese intende esplorare i più disparati ambiti del reale (persino quello lessicale) alla ricerca delle conferme della teoria del vago e indefinito da lui formulata. Il 30 novembre 1828 il poeta arriva a formulare la teoria della «doppia visione». «All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione».
 
Ecco il piccolo idillio:
 
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e rimirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

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