Nel piccolo idillio «Alla luna», composto nel 1820, Leopardi, solitario, si rivolge alla Luna, sua confidente segreta e intima amica, ricordando l’anniversario di quando si recava sul colle, lo stesso dell’«Infinito», a rimirarla con gli occhi tristi e tumidi dal pianto. Un quadretto romantico ambientato in mezzo a una natura vitale con l’io del poeta che si confessa, racconta le proprie emozioni, la propria interiorità e sofferenza, un piccolo idillio, per l’appunto, in cui il dolore sembra essere la nota dominante sia del presente che del passato, dal momento che la condizione del poeta non è cambiata. Eppure, il poeta riconosce una sorta di compiacimento nel rammentare il dolore passato, perché è sempre dolce ricordare, soprattutto quando si è giovani  e l’arco della speranza (cioè il futuro che ci attende) è più lungo dell’arco della memoria (il passato, ciò che è già trascorso), almeno nella nostra attesa e immaginazione, dal momento che non ci è dato sapere il tempo che ci è donato da vivere. Così, infatti, si conclude la poesia: «Oh come grato occorre/ Nel tempo giovanil, quando ancor lungo/ La speme e breve ha la memoria il corso,/ Il rimembrar delle passate cose,/ Ancor che triste, e che l’affanno duri!». Quando si è giovani, spesso ci si lascia andare al compiacimento del dolore, all’assaporamento delle lacrime amare, ma soltanto perché ci aspettiamo che il futuro ci restituisca  quanto ci sembra che ci abbia strappato prima e ci lasciamo andare alle illusioni che ripongono una felicità e un compimento nostro nel futuro a venire. Quanto più, invece, i ricordi sono recenti e mantengono ancora i connotati precisi dell’accadimento reale tanto più non acquistano l’indeterminatezza che procura un senso di piacere.

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