Il grande idillio «Il sabato del villaggio» si apre  con un’indimenticabile scena di paese «in sul calar del sole», giocata sull’antitesi di due figure, la «donzelletta» e la «vecchierella. La prima vive con gioiosa attesa il dì festivo e raccoglie i fiori che l’abbelliranno il giorno successivo, la seconda vive nei ricordi di quando, giovane, «ai dì della festa ella si ornava» e «Solea danzar la sera intra di quei/ Ch’ebbe compagni dell’età più bella». Grande è la maestria con cui Leopardi ci stampa nella mente l’imbrunire, l’apparire della recente luna, il suono delle campane che preannunciano la festa, le grida dei fanciulli che rallegrano chi le ascolta,  accomunate al fischiettare dello zappatore, solitario, che torna a casa terminato il lavoro. Qualcuno, però, non ha ancora terminato le fatiche, nel silenzio della sera cerca di concludere i propri lavori prima che sia notte. Quando l’attesa non è seguita dal compimento subentra la delusione. Quando non accade nulla, oppure noi non vediamo perché abbiamo gli occhi chiusi, la realtà delude. Leopardi, come spesso accade, anche in questa poesia coglie uno spunto dalla vita (il giorno che precede a quello festivo) per affrontare temi che assurgono ad una valenza universale, che hanno una validità per tutti. La giovinezza è come il sabato, «giorno d’allegrezza pieno, […] che precorre alla festa» della nostra vita. L’età adulta è come la domenica, il giorno di festa. Il consiglio velato e affettuoso che affida Leopardi alle giovani generazioni è di non essere ansiosi che giunga in fretta l’età matura.

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