Il «Dialogo della Natura e di un Islandese» esprime in maniera icastica e paradigmatica la portata  del nuovo pensiero di Leopardi maturato tra il 1823 e il 1824.Nato e vissuto in una terra ingrata e infeconda, un islandese ha da tempo cercato di essere felice. Vedendo che ciò era impossibile, si è avventurato di terra in terra  per cercare di sfuggire almeno ai tormenti del clima, ai colpi infausti della sorte, all’infelicità e ai dispiaceri. Nelle sue peregrinazioni si rende conto che non solo non è riuscito a raggiungere la felicità, ma neppure a evitare i patimenti. Un giorno, circumnavigata l’Africa e superato il Capo di Buona Speranza, approda ad una terra ove trova dei busti di donna simili a quelli che si ergono ritti verso il cielo sull’isola di Pasqua. Ad uno di questi volti belli, ma nel contempo terrificanti, rivolge i suoi sfoghi e le sue lamentele nei confronti della Natura finché scopre che la sua nemica, colei da cui sfugge da tempo, gli sta davanti. Allora il suo racconto si traduce in domande sempre più incalzanti sulle ragioni per cui l’uomo sia infelice. L’islandese con crudo realismo adduce un paragone assai emblematico: quando si invita un ospite a casa propria, non si pensa solo a dargli il vitto e l’alloggio, ma ci si premura e ci si preoccupa perché lui possa stare bene, trovarsi bene, essere felice. La Natura risponde che lei non ha tra i suoi fini la felicità dell’uomo, non è un suo problema: a lei sta a cuore il sistema, il ciclo di nascita, di morte, di trasformazione, in poche parole la conservazione dell’universo nel suo insieme senza alcuna cura per il singolo. È sbalorditiva l’indifferenza con cui la Natura risponde. L’islandese non si accontenta di simili risposte: ma a voler suggellare quanto la Natura ha fino a quel momento espresso sopraggiungono due leoni emaciati che sbranano l’islandese e col pasto sopravvivono per due giorni. Anche se qualcuno narra che la sua sorte fu diversa: una tempesta di sabbia lo seppellì fino a quando esploratori europei, nei loro scavi e nelle loro ricerche sull’antichità, non ritrovarono il corpo e con gran meraviglia lo portarono in uno dei musei occidentali. Con sottile e caustica ironia Leopardi si preoccupa qui di ribadire che il problema della felicità  è di ogni tempo e luogo, è universale e, nel contempo, individuale nel senso che riguarda ciascun singolo. Non si può trovare risposta al proprio problema della felicità nell’analisi del sistema e nell’evoluzione globale del mondo nel senso che al proprio bisogno di felicità ciascun singolo deve rispondere verificando la corrispondenza tra le risposte incontrate e il desiderio del proprio cuore.

 

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