Quando sette anni dopo, nel settembre 1829, Leopardi compone «La quiete dopo la tempesta», la necessità dei mali per provare un momento di piacere sarà per il Poeta un’ulteriore riprova dell’assurdità della condizione umana. Ecco l’incipit: «Passata è la tempesta:/ Odo augelli far festa, e la gallina,/ Tornata in su la via,/ Che ripete il suo verso. Ecco il sereno/ Rompe là da ponente, alla montagna;/ Sgombrasi la campagna,/ E chiaro nella valle il fiume appare./ Ogni cor si rallegra, in ogni lato/ Risorge il romorio/ Torna il lavoro usato». Mirabile è la descrizione delle attività che riprendono in paese, le figure dell’artigiano che si affaccia all’uscio, della «femminetta» che esce a cogliere l’acqua della recente pioggia e dell’«erbaiuol» che «rinnova/ Di sentiero in sentiero/ Il grido giornaliero». Il sole si antropomorfizza sorridendo agli uomini, compartecipe di questa ripresa di vita, di questa allegria dei cuori. «Sì  dolce, sì gradita/ Quand’è, com’or, la vita?/ Quando con tanto amore/ L’uomo a’ suoi studi intende?/ O torna all’opre? o cosa nova imprende?/ Quando de’ mali  suoi men si ricorda?/ Piacer figlio d’affanno;/ Gioia vana, ch’è frutto/ Del passato timore, onde si scosse/ E paventò la morte/ Chi la vita abborria». Non che Leopardi disprezzi questo godimento del piacere, ma la sua ragionevolezza che ricerca le ragioni di tutto e soprattutto vuol dar ragione di quanto vive, prova, pensa e crede, si rende conto che questa presupposta felicità è un inganno, perché «uscir di pena/ È diletto tra noi»; l’uomo anela a vette e mete ben più alte. Non può in questo consistere la felicità umana. Emerge, qui, quell’uso della ragione non illuministico di un Leopardi illuminista (che, però, non ripudia mai l’uso della ragione secondo la sua vera natura) che arriverà a chiedersi le ragioni delle «magnifiche sorti e progressive», a domandarsi la consistenza dell’ottimismo dei contemporanei.

Ecco il testo integrale del grande idillio:

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E’ diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

 

Anche nell’operetta morale «La storia del genere umano» il Recanatese ci mostra come gli affanni, le fatiche, la paura stessa della morte ci rendano più apprezzabile la vita: quando finiscono, proviamo per un certo tempo un’impressione strana di piacevolezza, non una felicità vera, ma un diletto che proviene dalla cessazione del dolore. Ecco perché è così comune tra gli uomini un certo senso di compiacimento al pensiero delle passate sofferenze o ancora non è raro che qualcuno percepisca un senso di sadico, ma sottaciuto, piacere nel sentire  le altrui sventure (che deriva dal fatto che queste sofferenze o tragedie non ci hanno toccato e, quindi, abbiamo scampato il pericolo). In questo testo Leopardi racconta la storia dell’umanità sotto forma mitologica. A un certo punto scrive: «Ma Giove fatto accorto, per le cose passate, della propria natura degli uomini, e che non può loro bastare, come agli altri animali, vivere ed essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque stato l’impossibile, tanto più si travagliano con questo desiderio da se medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri mali; deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero genere: le quali furono principalmente due. L’una mescere la loro vita di mali veri; l’altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto d’intrattenere gli uomini, e divertirli quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità. Quindi primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine di morbi e un infinito piacere di altre sventure: parte volendo, col variare le condizioni e le fortune della vita mortale, ovviare alla sazietà e crescere colla opposizione dei mali il pregio de’ beni; parte acciocché il difetto dei godimenti riuscisse agli spiriti esercitati in cose peggiori, molto più comportabile che non aveva fatto per lo passato».

I mali, le sventure, le paure e i pericoli ci sono stati dati perché l’uomo potesse, poi, apprezzare la vita, la salute, le piccole soddisfazioni quotidiane. In realtà, c’è in questo pensiero una profonda verità: la presenza del male e del peccato ci fa apprezzare il bene, il fastidio del buio e dell’ombra ci permette di valorizzare di più la luce, l’esperienza della malattia ci permette di essere grati della salute. Ovvero, se concordiamo con Leopardi, che la felicità vera non può “essere figlia d’affanno”, ossia essa non può essere partorita dalla cessazione del dolore, al contempo non possiamo non sorprenderci di come anche accadimenti drammatici o aspetti della vita, almeno ad un primo esame,  negativi, in una prospettiva di speranza e nel tempo, possano in maniera dialettica condurci al bene.

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