È esperienza comune quella di assaporare una sensazione di particolare piacevolezza una volta che sono finite le angustie di una malattia, di un periodo faticoso dal punto di vista lavorativo o particolarmente drammatico per casi che ci sono occorsi. Trascorsi mesi di studio per un esame, una volta superato, siamo invasi da una sensazione  di piacere che non deriva solo dall’aver compiuto un passo verso la realizzazione del nostro obiettivo, ma dall’aver superato momenti in cui magari si è faticato e si son sostenuti sacrifici. Dopo una malattia, dopo giorni o settimane a letto senza aver la possibilità di muoversi o compiere altre attività, si gode dell’avvenuta guarigione e della ripresa delle normali attività che magari prima si deprezzavano perché si era ormai adusi ad esse. I casi e le circostanze che ci possono occorrere sono tanti.

Questa situazione di recuperata «gioia di vivere» che si assapora dopo una circostanza drammatica viene da Leopardi descritta con l’espressione «piacere figlio d’affanno» ne «La quiete dopo la tempesta», in cui il Poeta rappresenta la ripresa della vita nel paese, dopo la paura per il temporale, con una gioia che deriva dall’aver visto la morte in faccia. Prima di apprezzare la poesia, sentiamo quanto Leopardi scrive sullo stesso tema in un pensiero dello Zibaldone datato 7 agosto 1822: «La continuità de’ piaceri (benché fra loro diversissimi) o di cose poco differenti dai piaceri, anch’essa è uniformità, e però noia, e però nemica del piacere. E siccome la felicità consiste nel piacere, quindi la continuità de’ piaceri (qualunque si sieno) è nemica della felicità per natura sua, essendo nemica e distruttiva del piacere […].  Ecco come i mali vengono ad essere necessarii alla stessa felicità, e pigliano vera e reale essenza di beni nell’ordine generale della natura […]. E ciò non solo perch’essi mali danno risalto ai beni, e perché più si gusta la sanità dopo la malattia, e la calma dopo la tempesta: ma perché senza essi mali, i beni non sarebbero neppur beni a poco andare, venendo a noia, e non essendo gustati né sentiti come beni e piaceri, e non potendo la sensazione del piacere, in quanto realmente piacevole, durar lungo tempo».

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