Il pastore (che rappresenta Leopardi e l’uomo semplice) di fronte al reale intuisce che un senso c’è e qualcuno lo conosce: «E tu certo comprendi/ Il perché delle cose, e vedi il frutto/ Del mattin, della sera,/ Del tacito, infinito andar del tempo./ Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore/ Rida la primavera,/ A chi giovi l’ardore, e che procacci/ Il verno co’ suoi ghiacci». Sono le domande più semplici e, nel contempo, più profonde e misteriose. Di fronte alle steppe, a montagne maestose, a promontori altissimi e al mare in tempesta, di fronte ai ghiacci dove l’uomo non può vivere e da millenni abitano strani e sconosciuti animali sorgono le domande: per chi esiste tutto ciò? Qual è il senso? Qual è il destino di tutto? Di fronte alla provocante e incommensurabile bellezza del cielo stellato, noi, come il pastore errante, ci chiediamo: «A che tante facelle?/ Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito seren? che vuol dire questa/ Solitudine immensa? e io che sono?». La domanda di senso sulla realtà rimanda alla domanda su di sé, non c’è, infatti, coscienza della realtà se manca la consapevolezza di sé, se manca la consistenza dell’io. E che cosa dà consistenza all’io? Un rapporto reale con un Tu che sa ed è consistente; è il rapporto che il pastore cerca con la luna immortale, giovinetta, che certo tutto sa.  La realtà è provocatoria (chiama avanti, fuori, ci stimola  ad agire e a porci in relazione, a reagire), è suggestiva (da sub- gero, portare sotto un significato, quindi, suggerire, rimandare a qualcosa d’altro, essere segno di). La grandezza e la statura dell’uomo, che non rinnega il proprio cuore, risiedono in questa consapevolezza, in questo percepire il senso di vertigine di fronte all’incommensurabile Mistero, un senso di vertigine che provoca uno strappo dalla nostra misura, uno schiaffo al nostro orgoglio e alla nostra presunzione; un senso di vertigine che spesso gli uomini non vogliono provare: potremmo anche chiamare questa percezione che si traduce in domanda con l’espressione «senso religioso». I più  preferiscono, ignari o dimentichi della propria miseria, non provare la noia leopardiana, star quieti e contenti, giacere «a bell’agio», oziosi. Il pastore esclama: «O greggia mia che posi, oh te beata,/ Che la miseria tua, credo, non sai!/ […] Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,/ E un fastidio m’ingombra/ La mente, ed uno spron quasi mi punge/ Sì che, sedendo, più che mai son lunge/ Da trovar pace o loco./ […] Se tu parlar sapessi, io chiederei:/ Dimmi: perché giacendo/ A bell’agio, ozioso,/ S’appaga ogni animale;/ Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?».

 

Di fronte alla vertigine, di fronte al senso di sproporzione che si fatica a reggere, la tentazione è quella di pensare che il progresso, le nuove acquisizioni tecnico – scientifiche possano risolvere il problema umano: è il mito dello scientismo che tanto imperversava al tempo di Leopardi come imperversa ora; «le magnifiche sorti e progressive» dello scrittore Terenzio Mariani corrispondono, infatti, al neopositivismo contemporaneo ben incarnato nella pubblicità che recita «l’ottimismo è il profumo della vita» (nel cui messaggio è ben chiaro che la ragione per cui si deve essere ottimisti è la possibilità di usufruire di strumenti tecnici sempre più sofisticati, sempre più moderni, impensabili un tempo). Ecco allora la conclusione: «Forse s’avess’io l’ale/ Da volar su le nubi,/ E noverar le stelle ad una ad una,/ O come il tuono errar di giogo in giogo,/ Più felice sarei, dolce mia greggia,/ Più felice sarei, candida luna». Ma il genio di Leopardi, che ha ben compreso la natura del cuore dell’uomo, non si inganna: «O forse erra dal vero,/ Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero». L’uomo in ogni epoca ha cercato di evadere dalla situazione esistenziale contingente in primo luogo vagheggiando un’età felice nel passato o nel futuro, la mitica età dell’oro o il mondo utopico da costruire qui sulla Terra. Lo stesso Leopardi, in gioventù, ha creduto che l’infelicità dell’uomo fosse da attribuire alla situazione storica, alla civilizzazione, all’allontanamento dallo stato di natura. Sulle orme di J. J. Rousseau in gioventù Leopardi credeva che l’uomo antico fosse più felice. Allo stesso modo oggi tanti credono che il male del mondo sia legato al progresso, alla civiltà e magari a chi – l’Occidente – è accusato di aver esportato questa civiltà!
 
 
Ecco il testo.
 
XXIII – CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA 

 Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

 

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