In dieci anni (tra il 1926 e il 1934) furono insigniti del Nobel due autori italiani, tra l’altro due isolani, una sarda e un siciliano: Grazia Deledda e Luigi Pirandello. La Deledda sarebbe rimasta l’unica donna italiana a ricevere tale onorificenza. Prima di loro, in Italia, solo Giosué Carducci aveva ottenuto quel premio.

Compaiono nella teoria dei letterati italiani premiati Salvatore Quasimodo (1959), Eugenio Montale (1975), Dario Fo (1997).

Anche nel 1926 si era proposto il nome di Pirandello, ma Mussolini spinse perché si votasse Grazia Deledda. Pirandello ne riferì in una lettera inviata a Marta Abba:

“Jersera è venuto a trovarmi il giornalista svedese Thorstad, che ha preso per la Danimarca, la Svezia e la Norvegia il Lazzaro e Questa sera si recita a soggetto. Mi ha detto che gli consta che è stato proprio Mussolini a impedire che il Premio Nobel fosse dato a me «per non suscitare gelosie pericolose in Italia» (ed è evidente che sottointendeva quella di d’Annunzio) e «che fosse dato alla Deledda, che non avrebbe suscitato alcuna rivalità». Mi disse che questo aveva fatto una pessima impressione in Svezia; e che è certo che il premio prossimamente sarà dato a me, per cui c’è una corrente favorevolissima […]. Io gli ho detto che non muoverò un dito per avere il premio, e lui m’ha risposto che gli altri muoveranno le mani per darmelo”.

Nel 1934 venne riproposto Pirandello per il Nobel, proprio l’anno in cui erano candidati anche Chesterton e Paul Valery. Questa volta lo scrittore siciliano ottenne il premio più ambito al mondo nell’ambito letterario. Ma il Nobel arrivò tardi, Pirandello era solo e triste, non aveva nessuno con cui condividere quella gioia. A Stoccolma andò in compagnia di Saul Colin, suo collaboratore per i diritti stranieri. Eppure, così gli aveva detto l’ambasciata, si sarebbe potuto recare a Stoccolma con sedici persone da lui scelte.

Colei che lui avrebbe desiderato al suo fianco per quel riconoscimento, Marta Abba, non c’era. A lei scrisse in quei giorni:

“Non mi sono mai sentito tanto solo. […] Il dolce della Gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata. E poi, quando Ti arriva, se non sai più a chi darla, che fartene?”.

L’attrice gli aveva precedentemente inviato a Parigi una lettera in cui gli comunicava dell’incidente subito del padre in automobile. La lettera si concludeva con un’amara sentenza finale: «Quanto al nostro viaggio, caro Maestro, tramontato anche quello».

Giunto a Stoccolma, Pirandello venne accolto

“da un gruppetto di signori manifestamente convenuti per una qualche incombenza rappresentativa. […] Sono un dirigente del ministero degli Esteri svedese incaricato di accogliere il premiato, due funzionari dell’ambasciata d’Italia, un professore di letteratura italiana accompagnato da due studenti, e tre giornalisti” (Matteo Collura).

Alla reception del Grand Hotel dove Pirandello era ospitato giornalisti, scrittori, personaggi della cultura chiesero di lui, volevano parlargli, intervistarlo.

Sorprendono le ragioni di quel riconoscimento ad «uno scrittore notevole da molti punti di vista»:

“la cosa più straordinaria […] è che sia riuscito a conquistare per qualche tempo il grande pubblico e a orientare il suo interesse verso un teatro passabilmente pieno di speculazioni filosofiche”.

Fu lo scrittore svedese Per August Leonard Hallström, segretario permanente dell’Accademia e presidente del Comitato Nobel, a leggere le motivazioni. Il pubblico svedese era profondamente lontano dalla filosofia, la detestava con tutto il cuore, rifiutava le «idee pure», tutto ciò che potesse suscitare inquietudine, insinuare dubbi e far crollare le certezze. La giuria riconosceva tra l’altro che la tendenza a non farsi conquistare dalle riflessioni e dalle meditazioni fosse propria della nostra epoca e si stesse diffondendo in tutti i popoli.

Ecco allora la prova di forza maggiore del genio di Pirandello:

“Essere riusciti a conquistare e a tenere affascinate orecchie renitenti e spesso assai lunghe, ecco una prova indiscutibile di genio. Dal punto di vista morale Pirandello non è né paradossale né distruttivo. Il bene domina le sue idee sul mondo dell’uomo. Il suo pessimismo amaro non ha irrigidito il suo idealismo, la sua penetrante ragione analitica non ha tagliato le radici della vita. La felicità non occupa grande spazio nel mondo della sua immaginazione, ma quello che dà dignità alla vita trova ancora in essa abbastanza spazio per respirare”.

 

Riteniamo che le ragioni del Premio siano prova della grande stima nutrita nei confronti dello scrittore siciliano oltre che segno di profonda comprensione della sua opera.

Pirandello era ritenuto grande filosofo, mente acuta, penetrante e analitica. E, nonostante le tante critiche malevole mosse contro allo scrittore, la giuria svedese riconosceva in lui un attaccamento all’ideale, una valorizzazione dell’uomo, un anelito alla vita. La lucida coscienza critica e la domanda di comprendere la verità non annullavano mai in lui la speranza di trovare risposte.

Lo dimostrano due opere teatrali, Lazzaro e La nuova colonia che Pirandello aveva già scritto pochi anni prima del Nobel.

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