Pirandello dedicò un’intera opera all’innovazione tecnologica e al mondo della macchina che faceva irruzione nella vita degli uomini.

Pubblicato nel 1916 e nel 1917 con il titolo Si gira, il romanzo apparve nella sua edizione definitiva nel 1925 come  I quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Non capito e non apprezzato dal pubblico e dalla critica contemporanei, l’opera sarebbe stata riscoperta solo più tardi, dagli anni Settanta in poi, quando s’iniziò a cogliere il suo valore profetico.

Composto in sette quaderni divisi in capitoli, il testo si presenta in una forma diaristica. Operatore alla macchina da presa cinematografica, Serafino Gubbio registra in una sorta di diario le sue riflessioni e la sua condanna ad essere «una mano che muove la manovella».

“L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, […] s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è divenuto servo e schiavo di esse. Viva la macchina che meccanizza la vita!”.

Tutto l’ingegno dell’uomo è stato messo al servizio della creazione di quei «mostri» (nel senso etimologico del termine, cioè «prodigi o cose sorprendenti»), che dovevano essere i nostri strumenti, mentre sono finiti per diventare i nostri padroni. In maniera drammatica, quando viene a mancare l’io, trionfa la stupidità della macchina. Annota Serafino Gubbio:

“La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno d’ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. E come volete che ce le ridiano, l’anima e la vita, in produzione centuplicata e continua, le macchine?”.

Il nome del protagonista è molto significativo. Se da un lato «Serafino» richiama gli angeli e la natura spirituale di esseri che sono puro spirito deprivato del corpo, dall’altra parte «Gubbio» è chiaramente luogo francescano.

Che ci sia nel nome un’allusione ai versi danteschi prelevati dal canto XI del Paradiso dedicato proprio a san Francesco: «L’un fu tutto serafico in ardore»? Pirandello ha, forse, voluto sottolineare la dimensione tutta spirituale del personaggio, come se vivesse solo di pensiero, di spirito, già distaccato dalla corporeità e dalla fisicità, incline solo al cerebralismo.

Serafino Gubbio riflette sul mondo della casa cinematografica Cosmograph, specchio del panorama contemporaneo, dominato dalle rivalità e dall’arrivismo, ove sempre più i valori tradizionali non trovano ospitalità, ma trionfa la sete del profitto. Sull’altare dell’idolo del guadagno e della carriera sono sacrificati la creatività, l’ingegno, l’amicizia, la comunicazione vera ed autentica.

Un giorno il protagonista sta filmando una scena del film La donna e la tigre all’interno della gabbia della belva feroce. Innamorato dell’attrice russa Nestoroff e non ricambiato, l’attore Aldo Nuti dovrebbe sparare al felino per difendere la donna. Tutto è previsto dalla sceneggiatura.

Ma Nuti rinnega il copione e, per vendicarsi della mancata corrispondenza amorosa, uccide la donna, al posto della tigre che, poi, lo sbranerà. In maniera impassibile, come succube della cinepresa, Serafino riprenderà tutta la scena, senza intervenire e, colpito da afasia, rinuncerà per sempre alla vita, ad amare, a comunicare, a rivelare la propria interiorità.

Film e vita finiscono per coincidere. La vita è stata data in pasto alla macchina. Quella scena atroce, strappata alla vita e immortalata nel cinema, susciterà la morbosa curiosità del pubblico e conquisterà incassi straordinari.

Una volta ancora, il genio di Pirandello ha profetizzato i futuri scenari del mondo cinematografico e televisivo: quella realtà che diventa fiction oppure reality, in cui solo all’apparenza tutto è naturale, ma, in realtà, tutto è manovrato secondo una regia. L’uomo, divenuto automa, mette in scena se stesso, fingendo di non fingere, nel gergo di Machiavelli «dissimulando». Serafino Gubbio concluderà i suoi quaderni scrivendo: 

“Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così- solo, muto e impassibile- a far l’operatore. La scena è pronta?

-Attenti, si gira…”.

Serafino rappresenta l’iperbolica amplificazione delle difficoltà di comunicazione autentica che caratterizzano l’essere umano. La perdita della parola è, in un certo senso, il rischio che corre un uomo che sempre più si avvale nelle relazioni di strumenti che non hanno lo stesso calore della viva parola.

Quando si perde l’integralità della comunicazione, che è affidata a sguardi, a gesti, a toni di voce, ad affetti, permane solo il messaggio o, piuttosto, il presunto fine del messaggio. Diventano, così, importanti non tanto l’intensità e la profondità del rapporto quanto la rapidità e la frequenza della comunicazione.

L’esistenza appare sempre più frenetica e disumana, tanto che Serafino si domanda

“se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si complica e s’accelera, non abbia ridotta l’umanità in tale stato di follia che presto proromperà frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto. Sarebbe, forse, in fin dei conti, tanto di guadagnato. Non per altro, badiamo: per fare una volta tanto punto e daccapo”.

La palingenesi che toccherà al mondo, profetata nei Quaderni di Serafino Gubbio, è in sintonia con l’ultima pagina de La coscienza di Zeno, il romanzo di Svevo che circolava negli stessi anni che si conclude con la profezia di un occhialuto uomo che costruirà un’arma pericolosissima che poi sarà collocata da qualcuno più pazzo al centro della Terra: un’esplosione porterà all’annientamento di tutte le forme di vita e di tutte le malattie.

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