alt«Io sento che a lei [a mia madre] devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’essa sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un lungo giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppio: io appoggiavo la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte». Così scrive Giovanni Pascoli nella «Prefazione» ai Canti di Castelvecchio, raccolta dedicata alla madre Caterina Allocatelli Vincenzi, scomparsa nel 1868, quando Giovanni aveva solo tredici anni. Il 6 aprile 1912 moriva Giovanni Pascoli. Sono passati cent’anni dalla morte.

Cent’anni in cui sono avvenuti tanti cambiamenti, anche nel modo stesso di percepire la poesia e il ruolo del poeta. Pensiamo che pochi mesi prima di morire, il 21 novembre 1911, Pascoli tenne un discorso al Teatro comunale di Barga per parlare dell’impresa di Libia, discorso che venne poi pubblicato su La Tribuna del 27 novembre. A lui, poeta, è affidato il compito di spronare l’esercito nell’impresa. Certo, non si vuole qui riflettere sull’efficacia del discorso, né tantomeno sulla sua opportunità. Preme, invece, sottolineare il fatto che a distanza di un secolo la considerazione sul poeta all’interno della società è completamente cambiata. Oggi le figure a cui è attribuito un ruolo chiave sono altre. Mi sembra, poi, che gli anniversari abbiano perso importanza in un mondo in cui non viene più riconosciuta la funzione della memoria. Molto facilmente si dimentica chi ci ha preceduto e ci ha lasciato qualcosa di importante o, in qualche modo, ha contribuito alla trasmissione o alla innovazione della tradizione. Oggi si vuole partire ex nihilo, non riconoscere debiti di gratitudine al passato.

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