QUAL E’ IL SENSO DELLE CAMPANE? DALLA FAMOSA PAGINA DELL’INNOMINATO IL SENSO DI QUEL SUONO CHE RICHIAMA ALLA PARABOLA DEL FIGLIUOL PRODIGO

L’Innominato ha fatto prima rapire e poi condurre Lucia al suo castello. La sera non riesce a dormire, chiedendosi le ragioni per cui abbia acconsentito così repentinamente all’ennesima infamia. Preso da una cupa disperazione, decide di farla finita, impugna la pistola e se la pone alle tempie. Allora, la sua mente va alla vita che continuerà anche dopo la sua morte, ai suoi nemici che ne gioiranno. Le riflessioni non smorzano la disperazione, anzi la acuiscono, finché non gli torna in mente un volto, quello di Lucia, la carcerata incontrata quel giorno che ha pronunciato una frase che, ora, sola sembra dare un po’ di refrigerio all’arsura di quell’Inferno: «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia». Quelle parole sembrano emesse non già con una voce flebile, timida e impaurita, ma con l’autorevolezza di chi «dispensa grazie e consolazione».

Quella notte gli istanti trascorrono come se fossero ore interminabili, fintanto che non sopraggiunge l’alba e con quella si odono anche voci confuse di gioia, che annunciano un senso di allegria comune. L’Innominato è preso da un sentimento misto di invidia (per un’allegria che scorge dagli accenti e dal volto altrui, ben lungi dalla cupa disperazione che si è impadronita di lui) e di speranza  che qualche parola di conforto possa esserci anche per lui. Così, invia qualche bravo ad informarsi sulle ragioni di quel «pellegrinaggio» concorde e lieto. «Che diavolo hanno costoro?» si chiede. «Che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?».

L’Innominato si affaccia alla finestra per guardare, come attratto da una letizia inusuale e che non sembrerebbe appartenere a questo mondo, da un’allegra baldanza che non risponde ai criteri puramente umani. Manzoni scrive: «Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune».

Questa letizia di un popolo unito, pur se costituito da persone diverse, è accompagnata dalle campane che suonano indipendentemente le une dalle altre. Il loro suono forma un’unica armonia di gioia festosa: «Quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di quei gesti, e il supplemento delle parole che non potevano arrivare lassù. [L’Innominato] Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa».

Il suono delle campane sottolinea la fine della tragedia dell’Innominato. È il richiamo di una vita nuova, fino ad allora sconosciuta, la speranza di una possibilità di cambiamento che è offerta a ciascuno di noi, anche alla pecorella smarrita. È la voce di Dio che dice a tutti noi che è sempre lì, che ci aspetta, che attende ogni figlio, anche il più dimentico e lontano. Non a caso, un tempo, la campana era spesso chiamata signum ovvero «segnale». Su una glossa posta su una campana possiamo leggere: «Laudo Deum verum,/ plebem voco,/ congrego clerum,/ defunctos ploro,/ pestem fugo,/ festa decoro» ovvero «Lodo il vero Dio, chiamo il popolo, riunisco il clero, intercedo per i defunti, scaccio la peste, adorno le feste».

La campana è la sintesi più potente della parabola del figliol prodigo (oggi chiamata del padre misericordioso). Le campane ci comunicano che la festa c’è sempre, la misericordia di Dio ci abbraccia e ci accoglie, nonostante le nostre miserie. E siamo tutti chiamati a raccolta, perché il Padre vuole bene a ciascun singolo figlio.

Così, anche l’Innominato segue quel popolo in cammino, concorde e lieto, che tanto ricorda la comunione delle anime nella salita delle balze del Purgatorio di Dante. E giunge, infine, al paese e alla casa dove è ospitato il cardinale Federigo, in visita pastorale. E qui avviene l’incontro, insperato, imprevisto, gratuito. Tra i due grandi, posti l’uno di fronte all’altro, domina all’inizio un silenzio foriero di attenzione e rispetto che prelude ad un colloquio di sguardi. Il Cardinale saprà leggere l’animo dell’interlocutore spiegandogli che Dio gli ha toccato il cuore e saprà ricavare dalla sua conversione una gloria che nessun altro Gli potrebbe dare.

(pubblicato su IL TIMONE aprile 2018)

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