altProseguiamo nella lettura dell’invettiva politica che Dante auctor scaglia contro quelli che giudica i mali dell’Italia. Nella prima parte l’attenzione era concentrata sulle lacerazioni intestine al territorio di una realtà come quella italiana che non esisteva ancora come entità statale all’epoca di Dante, ma era già un popolo con una storia, una cultura, una tradizione e una lingua.

La seconda e la terza stanza, rivolte rispettivamente al clero e all’imperatore, sono meglio comprensibili se inquadrate all’interno della teoria dei due soli propugnata da Dante nel De monarchia, trattato scritto probabilmente più tardi rispetto al canto VI del Purgatorio e che rilanciava le due istituzioni tipicamente medioevali, Impero e Chiesa, ormai pienamente in crisi nei primi decenni del Trecento.All’epoca della sua diffusione l’opera viene considerata anacronistica e viene addirittura posta all’indice per secoli. Per Dante la necessità dell’Impero è giustificata dal fatto che l’unità imperiale permette la pace che è, a sua volta, la condizione indispensabile perché ciascun uomo possa perseguire il fine della vita umana, la felicità. In pratica l’Impero appare come strumento dell’uomo e della persona, non certo il fine.  Dante insiste sul fatto che due sono i fini della vita umana, la felicità di questa terra e la beatitudine nell’altro mondo, ovvero la felicità per sempre. In questo contesto Dante sottolinea l’importanza della presenza di un’autorità morale e religiosa cui far riferimento, da lui identificata nel papato. Quindi, unità territoriale in una realtà politica unica e riferimento morale appaiono come la possibilità di garanzia di una condizione che permetta la crescita dell’uomo. Dante non intende certo proporre una realtà politica su basi teocratiche, ma vuole evidenziare la necessità della divisione tra potere temporale e potere spirituale, il primo gestito dall’autorità imperiale, il secondo affidato alla Chiesa.

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