Se la realtà è più ricca di ogni pensiero umano, sarà anche sorgente di ispirazione per ogni discorso o fatto artistico. Tutta l’arte e l’ispirazione dantesche nascono da questa acuta capacità di osservazione dell’umano sentire, delle passioni, delle gioie e delle sofferenze. Davvero a Dante si addicono le parole dell’antico latino Terenzio: «Sono uomo, nulla di ciò che è umano reputo a me estraneo». Non c’è aspetto che venga bandito, non c’è debolezza che non meriti ospitalità nella sua produzione quale espressione di quest’essere miserabile, ma, nel contempo, grandioso che è l’uomo. Dante è ben conscio che qualsiasi espressione artistica, anche quella che riguarda il mondo soprannaturale, per eccellenza il luogo non rappresentabile, debba rifarsi al reale.

 

Quando ci deve rappresentare gli argini che delimitano l’orribile sabbione del girone dei sodomiti nel cerchio VII dell’Inferno, dove sono puniti i violenti, Dante richiama al lettore la visione degli argini costruiti da mani umane: «Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,/ temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,/ fanno lo schermo perché ’l mar s’avventa,/ e quali Padoan lungo la Brenta,/ per difender lor ville e lor castelli,/ anzi che Carentana il caldo senta:/ a tale imagine eran fatti quelli,/ tutto che né sì alti né sì grossi,/ qual che si fosse, lo maestro félli».

Dante incontra una schiera che procede lungo l’argine. Le anime aguzzano gli occhi per osservare Dante e Virgilio «come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna». Ad un certo punto un’anima prende per il lembo della veste il poeta ed esclama: «Qual maraviglia!».  Dante riconosce con stupore il volto del maestro («Siete voi qui, ser Brunetto?») e manifesta il desiderio di poter parlar con lui. («Quanto posso, ven preco;/ e se volete che con voi m’asseggia,/ faròl, se piace a costui che vo seco»). Ser Brunetto Latini allenterà l’andatura, senza, però, fermarsi. Altrimenti dovrà sostare per cent’anni senza potersi difendere dalle palle infuocate che cadono dal cielo. Dante procederà sull’argine senza scendere per paura di abbrustolirsi sul sabbione infuocato. Per riverenza nei confronti di Brunetto terrà il capo chino. Ma chi era costui?

Nella Firenze degli anni Settanta e Ottanta del Duecento non vi erano tante possibilità per proseguire gli studi in letteratura e retorica se non affidandosi ad un maestro privato. Dante non avrebbe scelto studi che avviavano ad una professione, né tantomeno facoltà universitarie di Legge o Medicina. A Firenze non vi era traccia di scuole di retorica, considerate propedeutiche allo studio della legge. Non molti erano i maestri di retorica presso cui studiare. Dante si affidò sen’altro a Brunetto Latini (ca 1220/1230-1293). «Notaio di alto livello, guelfo di salda fede, vive in esilio in Francia nel periodo del predominio ghibellino tra Montaperti e Bonconvento (1260-1266); rientrato a Firenze, per l’intera sua vita occupa cariche prestigiose, […] ma, soprattutto, è un indiscusso punto di riferimento della vita politica e amministrativa della città» (M. Santagata). Giovanni Villani lo presenta come «cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini […] e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la politica». Autore dell’enciclopedia in francese Tresor, di una versione dell’enciclopedia in versi toscani chiamata Tesoretto, del Favolello (un poemetto sull’amicizia) e di alcuni volgarizzamenti di opere retoriche e di orazioni di Cicerone, Ser Brunetto era grande esperto di ars dictandi e dell’arte di comporre lettere in latino. Senz’altro Dante apprese da lui questa scrittura colta e professionale che tanto gli sarebbe servita negli incarichi che avrebbe ricoperto successivamente come diplomatico e uomo dotto di corte.

 

Giovanni Villani aveva semplicemente definito Brunetto come «mondano uomo», mentre qualche studioso contemporaneo considera il suo componimento per il fiorentino Bondie Dietaiuti come un’attestazione della sua sodomia, ma il fatto non è assolutamente certo (sarebbe, infatti, l’unico testo omoerotico del Duecento). Dante è il primo e l’unico scrittore che ci tramanda alla memoria la sodomia di Brunetto.

Eppure Dante manifesta tutto il suo affetto figliale per colui che è stato in vita suo maestro. Il dialogo tra i due si dipana, infatti, con grande stima reciproca. Brunetto chiede a Dante per quali ragioni si trovi all’Inferno «anzi l’ultimo dì» e chi sia colui che gli mostra il cammino. Il Fiorentino allora fa memoria del suo smarrimento nella selva oscura: «Là sù di sopra, in la vita serena […] mi smarri’ in una valle,/  avanti che l’età mia fosse piena./ Pur ier mattina le volsi le spalle:/  questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,/  e reducemi a ca per questo calle». Con grande affetto il maestro allora riconosce le grandi capacità del discepolo, gli profetizza un futuro di fama e di gloria («Se tu segui tua stella,/ non puoi fallire a glorïoso porto,/ se ben m’accorsi ne la vita bella») e manifesta il suo dispiacere perché non può favorire la sua opera («s’io non fossi sì per tempo morto,/ veggendo il cielo a te così benigno,/  dato t’avrei a l’opera conforto»). Il popolo fiorentino, rozzo e selvatico («tiene ancor del monte e del macigno»), si farà nemico di Dante per il suo «ben far» (ritorna l’espressione tanto amata da Dante per indicare l’operato politico). Tanto i guelfi bianchi quanto i neri vorranno divorare Dante, ma lui riuscirà a scampare dalle loro violenze. Ancora una volta una profezia di sventura per il poeta, una delle tante che Dante dovrà conservare perché Beatrice, poi, nel Paradiso possa chiosarle. In realtà, sarà il trisavolo Cacciaguida a spiegarle tutte nel canto XVII del Paradiso.

Dante ricambia tutta la stima che il maestro nutre nei suoi confronti: «Se fosse tutto pieno il mio dimando/ […] voi non sareste ancora/  de l’umana natura posto in bando;/  ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,/  la cara e buona imagine paterna/  di voi quando nel mondo ad ora ad ora/  m’insegnavate come l’uom s’etterna:/  e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo/  convien che ne la mia lingua si scerna». È stato Brunetto Latini ad insegnare a Dante come conseguire la fama e la gloria attraverso la scrittura.

Pronto ad affrontare il destino («a la Fortuna, come vuol, son presto») e ben memore dei precetti del maestro («Bene ascolta chi la nota»), Dante conserverà nella memoria quanto gli è stato profetizzato da Brunetto. Tra i sodomiti vi sono chierici e letterati famosi, tra cui Prisciano di Cesarea (grammatico romano), Francesco d’Accorso (giurista e letterato italiano) e Ottaviano degli Ubaldini (chiamato Il Cardinale). Prima di salutare per sempre il discepolo Brunetto gli raccomanda la sua opera Il Tesoro nella quale ancora vive. Il suo unico desiderio è che venga conservata la memoria del suo libro, del resto non può chiedere preghiere che a nulla servirebbero lì all’inferno.

Dante distingue il peccato dal peccatore. Immense sono la sua gratitudine, la riverenza e la tenerezza per il suo maestro che gli ha insegnato «come l’uom s’etterna». Nel contempo Dante pone il suo maestro tra i sodomiti, nel settimo cerchio, tra i violenti contro natura. Il cuore del canto è costituito dalle parole che il discepolo Dante rivolge al maestro Brunetto. Dante ha scelto l’eternità del Cielo, oltre che quella della fama terrena, Brunetto si è fermato alla fama terrena. Per salvarsi bisogna attraversare i meandri più oscuri del proprio male, ma anche, però, far tesoro di quanto ci viene insegnato. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 4-8-2013)

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