All’inizio del canto II dell’Inferno appare chiaro che, una volta che Dante è rimasto a riflettere e pensare prima di partire, la paura prende il sopravvento. «Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno/ toglieva li animai che sono in terra/ da le fatiche loro». Dante si rende conto che affronterà da solo «la guerra/ sì del cammino e sì de la pietade». Il peso delle scelte che prendiamo è tutto nostro, la scelta della scuola, dell’università, del matrimonio, delle amicizie, del lavoro. «Decidere» significa etimologicamente «tagliare via, escludere tutto il resto» per scegliere una sola cosa. Per questo motivo ogni scelta è drammatica, se vissuta con consapevolezza. Per questa stessa ragione «vita militia est», come sostenevano i primi cristiani, la vita è una guerra, come scrive Dante, una guerra non contro gli altri, contro il prossimo, ma una guerra contro il proprio peccato, contro le paure, le tentazioni, la viltà. Per questo motivo, Dante ha appena professato la disponibilità a seguire il maestro, ma poche ore più tardi, siamo sul far della sera, inizia ad accampare scuse per non partire. In sintesi disquisisce in questi termini con Virgilio. Nell’Eneide Enea è sceso agli Inferi per incontrare il padre Anchise; la sua catabasi genera in lui la consapevolezza di quanto sorgerà in Italia, ovvero la città di Roma, che diventerà capitale della Repubblica e dell’Impero romano e sede della Curia papale. Anche san Paolo è stato rapito al terzo Cielo, come lui stesso racconta, per rafforzare quella fede «ch’è principio a la via di salvazione». Dante non è né Enea né tantomeno san Paolo e non si reputa degno di sostenere quel viaggio che hanno affrontato i due grandi benefattori dell’umanità. Il poeta confida che il maestro possa intendere  le sue motivazioni meglio di quanto lui abbia espresso. E in effetti è così. Virgilio spiega al discepolo che la sua anima è presa da viltà, da paura, da pusillanimità, come quando una persona è immobilizzata perché pensa di vedere una bestia feroce, mentre in realtà ha davanti a sé semplicemente un’ombra.

 

A questo punto per spronare di nuovo il discepolo al viaggio, per allontanare ogni paura, Virgilio spiega le ragioni per cui lui, Dante, non debba aver paura. Nel Cielo si sono mosse tre donne benedette per salvarlo. Per la precisione la prima che si è resa conto delle difficoltà di Dante è la Madonna che si è recata da Santa Lucia (patrona della vista e santa a cui Dante è molto devoto, probabilmente, si narra, perché, ammalato agli occhi, fu guarito da lei). La siracusana raggiunge Beatrice chiedendole di intervenire. La donna amata da Dante, beata e bella, dagli occhi splendenti più che la stella, scende dal Paradiso nel Limbo e chiede a Virgilio di andare in soccorso a colui che lo reputa maestro di vita e di poesia. Udito tutto ciò, Dante esclama: «Oh pietosa colei che mi soccorse!/ e te cortese ch’ubidisti tosto/ a le vere parole che ti porse!/ Tu m’hai con disiderio il cor disposto/ sì al venir con le parole tue,/ ch’i’ son tornato nel primo proposto./ Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:/ tu duca, tu segnore e tu maestro».

Insomma, alla fine del canto II, il viaggio non è ancora iniziato, ma Dante sembra essere convinto di intraprenderlo. Ma le sorprese non sono finite. Infatti, dinanzi all’epigrafe posta sulla porta dell’Inferno (incipit del canto III) ritornano le antiche paure. Le parole incise sono cupe, orride: «Per me si va ne la città dolente,/ per me si va ne l’etterno dolore,/ per me si va tra la perduta gente./ Giustizia mosse il mio alto fattore;/ fecemi la divina podestate,/ la somma sapïenza e ‘l primo amore./ Dinanzi a me non fuor cose create/ se non etterne, e io etterno duro./Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate».

Di fronte alla paura di Dante, Virgilio lo prende per mano con lieto volto e lo introduce dentro «a le secrete cose». Nei primi tre canti dell’Inferno, Dante presenta la sua straordinaria pedagogia. Un discorso non può avvincere e convincere, non è sufficiente neanche conoscere le ragioni e le motivazioni. Dante non avrebbe intrapreso il viaggio senza la compagnia e la guida lieta e rassicurante di Virgilio. Il ragazzo e l’adulto hanno bisogno nel viaggio della vita di una compagnia e di una speranza (il lieto volto, che rappresenta la certezza che vale la pena intraprendere il viaggio, cha c’è una meta bella, che il destino è buono e positivo). Sant’Ignazio di Antiochia scriveva: «Si educa con quel che si dice, si educa meglio con quel che si fa, ma ancor di più con quel che si è». Si cammina nel viaggio con una compagnia, con un maestro, un testimone della bellezza e della verità incontrate.

Il tema della viltà occupa tutti i primi tre canti dell’Inferno. Non si può vivere se si è bloccati dalla paura. Occorrono, invece, entusiasmo e speranza. Per questo non sarà un caso che le prime anime che Dante incontra nel cammino siano quelle degli ignavi, i pusillanimi, che non sono neppure degni di stare all’Inferno. Hanno una collocazione tutta loro, l’Antiinferno. Costoro, che mai non hanno vissuto, perché mai non hanno scelto, una volta morti devono inseguire un’insegna, che mai non ha posa. Punti da mosconi e vespe, loro che nella vita non hanno mai inseguito un ideale e non avrebbero mai offerto il proprio sangue per un Ideale, ora devo versarlo per i vermi che sono in Terra. Il monito di Dante auctor è forte e riguarda tutti noi. Ciascuno di noi, infatti, può rischiare di non prender posizione, di non scegliere, sopraffatto dall’illusione che si possa stare tranquilli, anche senza credere in nulla, anche senza scoprire una ragione per cui valga la pena intraprendere il viaggio della vita.. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 30-6-2013)

 

 

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