Nell’Inferno Dante utilizza sia il registro tragico che quello comico. Le tragedie dantesche sono rappresentate dalle storie dei grandi personaggi, Francesca da Polenta, Pier della Vigna, Ulisse, il conte Ugolino della Gherardesca. Tutti ricorderanno i versi tombali che concludono i loro lunghi monologhi: «Quel giorno più non vi leggemmo avante» (Francesca), «Poscia, più che il dolor, poté il digiuno» (conte Ugolino), «Infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso» (Ulisse), «ciascuno al prun de l’ombra sua molesta» (Pier della Vigna). Il registro alto e tragico ben si adatta a quei personaggi dannati che il poeta stima, in qualche modo, perché eroici per la loro virtù.

Nell’Inferno la dimensione del comico è molto presente, nelle sue differenti sfaccettature, dal comico puro al grottesco, dalla satira alla parodia. Manca l’umorismo, che tende ad abbracciare e a comprendere (ricordiamoci l’esempio di Pirandello riguardo alla donna anziana, tutta imbellettata). E ne capiamo bene le ragioni. I dannati sono ormai fissati in una condizione definitiva, che non può più essere redenta. Hanno perso la dimensione tragicomica dell’umano (espressione pirandelliana per designare l’aspetto umoristico di ogni uomo sulla Terra), la multiforme e mutevole condizione esistenziale e di loro rimangono solo il peccato a cui hanno aderito e il male compiuto.

Il cerchio ottavo di Malebolge è spesso raffigurato in chiave comica. Basti pensare al cerchio dei barattieri. Alla conclusione del canto XXI Dante si era lasciato andare ad espressioni scurrili. I diavoli usano come segnale di battaglia al posto della tromba il sedere («Ed elli avea del cul fatto trombetta»). Del resto Dante era stato accusato di baratteria quando era ambasciatore presso il Papa Bonifacio VIII e per questa falsa accusa sarebbe rimasto in esilio fino alla morte.

Proprio il Papa del Giubileo verrà collocato ante litteram tra i simoniaci nel canto XIX. Il Papa non è ancora morto al momento dell’ambientazione della Commedia (marzo o aprile del 1300). Il poeta utilizza allora un escamotage per poterlo condannare ad ogni modo: fa sì che un altro dannato profetizzi l’arrivo del papa, una volta morto. Ma facciamo qualche passo indietro per capire meglio il contesto. Il canto si apre con l’invettiva di Dante auctor contro i simoniaci: «O Simon mago, o miseri seguaci/ che le cose di Dio, che di bontate/  deon essere spose, e voi rapaci/ per oro e per argento avolterate,/ or convien che per voi suoni la tromba,/ però che ne la terza bolgia state».

 

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