Gli studenti della Scuola secondaria di primo grado sono sempre più spaventati dal Latino e preferiscono evitarlo, per la paura di non farcela o per non sostenere la fatica. La conoscenza del Latino invece permette di apprezzare maggiormente molti aspetti della realtà. Ma quali? Scopriamolo assieme in questo viaggio a puntate.

Nei percorsi di orientamento organizzati dalle scuole molti genitori chiedono se esista poi tanta differenza tra un liceo in cui si studi il Latino e un altro in cui la materia non compaia nel piano di studi. Le scelte delle famiglie e degli studenti sono sempre più orientate verso indirizzi privi del Latino nella convinzione che studiare o meno questa disciplina faccia poca differenza, considerato che le altre materie del liceo sono pressoché le stesse. Questo è il ragionamento dei più: se su dieci materie nove sono comuni, la differenza tra un piano di studi e l’altro sarà quasi inesistente.

Togliere lo studio del Latino da un Liceo significa davvero solo sostituire una materia con un’altra? Oppure il Latino non è una semplice disciplina, ma una luce che illumina e permette di vedere meglio tutto? Non è come se fossimo in una casa senza una giusta illuminazione e ci venisse data una lampada che ci permetta di muoverci con maggior destrezza?

Gli studenti della Scuola secondaria di primo grado sono sempre più spaventati dal Latino e preferiscono evitare la disciplina, forse per la paura di non farcela o, forse, ancora per non sostenere eccessiva fatica.

Non sono certamente un sostenitore del Liceo per tutti né tantomeno dello studio del Latino in ogni caso. Sono fermamente convinto che si debbano aiutare gli studenti a capire le propensioni, le passioni, i talenti e le capacità. La scuola ha la funzione di contribuire a formare la persona, a costruire una dimensione culturale, a spalancare domande su di sé, sulla vita e sulla realtà. Se uno studente ha chiare propensioni pratiche, la ferma convinzione che voglia fare il falegname nella vita, la famiglia dovrà decisamente prendere in considerazione l’ipotesi che intraprenda un percorso di formazione professionale che lo avvii a quel lavoro.

Il mio discorso è, invece, indirizzato a tutti quegli studenti che hanno una chiara propensione allo studio, che desiderano formarsi una cultura per poi proseguire gli studi dopo il diploma e che sono, nel contempo, convinti che un Liceo equivalga ad un altro. A tutti questi studenti faccio presente un criterio per le scelte: non scegliete mai per «un di meno», ma sempre per «un di più». Mi spiego meglio. Se scegliete un orientamento di studi, fatelo perché riconoscete in quello un percorso migliore per la vostra persona, per le vostre propensioni, per la vostra formazione culturale, non tanto perché vi sembra più facile o vi comporta un minore dispendio di energie. Risparmiare energie, non sostenere sforzi e non abituarsi ai sacrifici sono modalità che non premiano, non formano, non educano, cioè non fanno crescere la persona.

A che serve il Latino? È proprio così opzionale il suo studio? Premetto che sono fermamente convinto che chiunque abbia affrontato seriamente lo studio del Latino non abbia dubbi sulla sua utilità. Sono altrettanto convinto che studiarlo male non serve a nulla, mentre se lo si affronta con serietà serve a tutto, perché illumina di una luce nuova ogni ambito. In un certo senso per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita.

La conoscenza del Latino permette di apprezzare maggiormente molti aspetti della realtà. Ma quali? Solo lo studio e l’esperienza possono testimoniarlo a ciascuno. Anticipo, però, che bisogna avere il coraggio di far fatica, di impiegare tempo (come la volpe del Piccolo principe), anche quando non se ne comprendono appieno le ragioni. Bisogna avere il coraggio di spendere del tempo per imparare bene la disciplina.

Senz’altro l’apprendimento di una disciplina non è semplicemente strumentale all’acquisizione di una competenza che deve essere acquisita. La nostra è diventata una scuola delle competenze (del saper fare) spesso svincolate dalla cultura. Le antologie, talvolta, propongono la lettura di una poesia per conseguire una competenza, per imparare un aspetto di stile, o una figura retorica o quant’altro. Questa è un’operazione violenta che rischia di far disinnamorare i ragazzi alla lettura, alla poesia, alla narrativa.

Quando sei innamorato di una disciplina, quando la ami, capisci che è un’operazione assurda limitarne lo studio per far conseguire agli studenti alcuni obiettivi specifici. Comprendi che la cosa più bella è che un’altra persona possa essere affascinato, come lo sei stato tu, da quella bellezza. È questo fascino, questa passione, questo entusiasmo per qualcosa che ci ha preceduto, che è più grande di noi, e che, in qualche modo, ci ha generato la vera scaturigine che può portare un ragazzo a studiare il Latino.

In questo percorso vorrei chiarire i motivi per cui valga davvero la pena appassionarsi del Latino. Da sempre i suoi più agguerriti difensori hanno addotto la motivazione che lo studio di una lingua antica e morta insegna a ragionare e sviluppa la logica. Chiaro che la motivazione non regge e i ragazzi comprendono l’inadeguatezza della risposta. Perché non imparare a ragionare con altri metodi meno faticosi e più allettanti? Anche la settimana enigmistica può insegnare a ragionare, anche la Filosofia, anche una dimostrazione di Matematica, anche un testo di narrativa o una poesia, un quadro, una musica. Perché dunque faticare così tanto nel 2018 ancora sul Latino?

Commenta questo Articolo