Nel XV libro degli Annales Tacito descrive l’incendio che scoppiò tra il 18 e il 19 luglio del 64 d. C. a partire dal Circo Massimo e che si diffuse poi per la città provocando migliaia di vittime, distruggendo tre quartieri e danneggiandone altri sette. Solo quattro rimasero intatti.

Fu una delle catastrofi peggiori mai accadute a Roma, come Tacito dichiara da subito:

“Seguì una catastrofe, per caso o per dolo del principe è incerto (infatti, gli autori tramandano l’uno e l’altro), ma di tutti quelli che sono accaduti all’Urbe per violenza del fuoco il più grave e crudele.

Ebbe inizio in quella zona del circo che è contigua ai monti Palatino e Celio dove, il fuoco subito scoppiato attraverso le botteghe artigiane nelle quali vie era merce che la fiamma alimenta, e subito forte e spinto dal vento rapidamente avvolse tutto il perimetro del circo” (Annales XV, 38).

 

Emerge la prassi storiografica di Tacito che tende a riportare tutte le voces e i rumores, quelle più accreditate, ma anche quelle meno credibili. Lo storico sembra non escludere nessuna opinione, anche se la lettura attenta del testo ci fa intuire l’ipotesi più accreditata per lo scrittore.

La precisione del racconto specifica i luoghi in cui si è diffuso l’incendio e le ragioni che hanno provocato lo scatenarsi delle fiamme. Il testo latino sottolinea in modo icastico («per violentiam», «corripuit», etc.) la furia devastante dell’incendio.

Brevitas espressiva, estrema sintesi ed inconcinnitas (assenza di armonia ed equilibrio nel periodo) delineano la rapidità della diffusione del fuoco che si espande rapidamente perché i palazzi o i templi non erano delimitati da muri o da recinzioni. Lo storico descrive il panico che si crea in città: una moltitudine di donne atterrite, di vecchi stanchi e di bambini smarriti.

Non c’era scampo per nessuno, perché ovunque si fuggisse si trovavano luoghi «in preda alle fiamme, e anche i posti che credevano lontani risultavano immersi nella stessa rovina».

I cittadini scappavano in direzioni diverse, cercavano rifugio nei campi. Molti preferivano morire o perché avevano perso tutti beni o perché erano ormai scomparsi tutti i cari.

Tacito ci offre a questo punto un indizio sul carattere doloso delle fiamme:

“Nessuno osava lottare contro le fiamme per le ripetute minacce di molti che impedivano di spegnerle, e perché altri appiccavano apertamente il fuoco, gridando che questo era l’ordine ricevuto, sia per potere rapinare con maggiore libertà, sia che quell’ordine fosse reale”. (Annales XV, 38).

L’imperatore non si trovava in quei giorni a Roma, ma ad Anzio e rientrò nella capitale solo alla notizia che le fiamme si stavano avvicinando alla sua residenza. Il Palazzo imperiale venne distrutto. La lontananza di Nerone potrebbe rappresentare in realtà un alibi costruito ad arte dall’imperatore.

Nerone si mostrò generoso e disponibile ad aiutare la popolazione aprendo il Campo Marzio, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini per accogliere gli indigenti e i senzacasa. Fece anche costruire delle baracche per ospitare i bisognosi. Dai comuni vicini arrivarono beni di prima necessità. Il prezzo del frumento fu abbassato.

Tacito lascia intendere che l’imperatore abbia volutamente preso provvedimenti favorevoli al popolo per accattivarsi la sua simpatia. L’obiettivo non venne raggiunto perché

“era circolata la voce che, nel momento in cui Roma era in preda alle fiamme, Nerone fosse salito sul palcoscenico del Palazzo a cantare la caduta di Troia, raffigurando in quell’antica sciagura il disastro attuale” (Annales XV, 39).

L’incendio si protrasse dal 18 fino al 23 luglio quando venne domato alle pendici dell’Esquilino. Ma il giorno dopo scoppiò di nuovo suscitando «commenti ancora più aspri, perché era scoppiato nei giardini Emiliani, proprietà di Tigellino», il famigerato prefetto del pretorio.

Le voci diffuse sostenevano che Nerone «cercasse la gloria di fondare una nuova città». Molte opere d’arte e letterarie andarono distrutte nell’incendio. Nerone ne approfittò per costruirsi una dimora, la Domus aurea

“in cui destassero meraviglia non tanto le pietre preziose e l’oro, di normale impiego anche prima, in uno sfoggio generalizzato, quanto prati e laghetti e, a imitazione di una natura selvaggia, da una parte boschi, dall’altra distese apriche e vedute panoramiche, il tutto opera di due architetti, Severo e Celere, che avevano avuto l’audacia intellettuale di creare con l’artificio ciò che la natura aveva negato, sperperando le risorse del principe. Avevano, infatti, promesso di scavare un canale navigabile dal lago Averno fino alle foci del Tevere, attraverso spiagge desolate e l’ostacolo dei monti” (Annales XV, 42).

Dopo l’incendio si ricorse a riti propiziatori e alla consultazione dei riti sibillini, in seguito alla quale «si tennero pubbliche preghiere a Vulcano, a Cerere e a Proserpina, e cerimonie propiziatorie a Giunone».

Nulla riuscì, però, ad allontanare il sospetto che l’incendio fosse stato comandato. Fu allora, racconta Tacito, che Nerone indicò come colpevoli dell’incendio i cristiani. Iniziarono così le prime persecuzioni.

Svetonio propende per la colpevolezza di Nerone nel De vita Caesarum nel capitolo dedicato all’imperatore in cui scrive che il principe, come infastidito dallo squallore degli edifici e dalla ristrettezza dei vicoli, incendiò la città. Svetonio afferma senza ombra di dubbio che gli incendiari furono i servi di Nerone, che cantava la caduta di Troia addirittura in abiti di scena.

Anche Cassio Dione nella Storia di Roma (III secolo), giuntaci solo attraverso epitomi, attribuisce a Nerone la responsabilità dell’incendio.

(La nuova bussola quotidiana del 14-4-2019)

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