I Greci chiamarono l’amore tra uomini e donne con il termine eros, non con l’espressione «philia» (amicizia) o «agapè» (amore condivisione o sacrificio). L’amore era, perciò, «orexis», termine greco che significa «desiderio, brama» di un bene che ancora non si possiede. Non era disinteressato, ma mirava ad un fine. Presso gli antichi l’amore è poi, talvolta, divinizzato, come forza che sovverte tutte le altre. «Omnia vincit amor» (cioè «l’amore vince ogni cosa») scrive Virgilio nelle Bucoliche. Ancora scriverà Lucrezio (98 a. C. – 55 a. C.) nel proemio del De rerum natura:

Madre degli Eneadi, gioia degli uomini e degli dei, alma Venere, che sotto gli astri in tacita corsa per il cielo desti la vita nel mare sparso di navi, nelle terre fertili di grano, poiché per opera tua ogni specie di esseri animati è concepita e vede, nascendo, la luce del sole: te, dea, te fuggono i venti, te e il tuo giungere le nubi del cielo.

Qui la tradizionale invocazione alle Muse è sostituita da quella a Venere, sorgente e fonte originatrice di tutta la vita, elargitrice di gioia e piacere amoroso a uomini e dei.

La falsa divinizzazione dell’eros […] lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l’ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la pazzia divina […]. Per questo l’eros ebbro e indisciplinato non è ascesa, estasi verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo.

Sarà Platone a mostrare la fallacia di questa deificazione dell’amore, affermando che amore è un bisogno del bello e del bene, proprio perché l’amore è una forza che ti porta a cercare quello che non hai. L’amore dà le ali alla tua anima per volare sempre più in alto, amando il bello ad un livello sempre più elevato.

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