Jean Delumeau afferma che l’’uomo sta gradualmente affrancandosi dalla paura della morte fino ad arrivare a censurarla o a esorcizzarla. La conseguenza è che il rapporto con il destino viene eliminato ed esiste soltanto il presente in rapporto al presente. Film, libri, cultura ti invitano a vivere l’istante in nome dell’istante, non per il tuo bene o per la tua realizzazione o per il tuo compimento. Film come «Notte prima degli esami» propongono l’assaporamento della  vita in quello che ti può proporre all’istante. Le conseguenze di questi insegnamenti sulla gioventù di oggi sono sotto gli occhi di tutti. Un ex-studente della scuola di Milano dove insegnavo anni or sono è morto di recente in un incidente in moto. Ricordo ancora quando mi disse: «Sa professore, ho visto un film, Notte prima degli esami, che mi ha fatto capire perché valga la pena vivere. Un personaggio del film sostiene che nella vita è importante non quanto troviamo alla fine della strada, cioè il Destino, ma l’emozione che abbiamo provato lungo la strada». Il messaggio di quel film, che ha avuto molto successo presso i giovani, ma anche presso quella generazione di trentenni e quarantenni che con nostalgia vive il presente rimpiangendo l’adolescenza perduta o forse mai finita, testimonia la cultura imperante oggi. Non sono tanto importanti la strada e la meta cui essa conduce, quanto l’emotività, la suggestione e l’intensità del momento slegato completamente dal Destino, dal bene, dalla realizzazione, dal compimento. «Vivi l’istante per l’istante» sembra essere l’imperativo categorico di oggi, in un becero e superficiale carpe diem, che sprona in realtà a considerare come momenti forti solo il sabato sera, le feste, la notte e a considerare di poco conto tutto quanto è quotidianità e normalità.

Allora la maggior parte tra gli adulti si chiedono che cosa sia successo ai giovani, così cambiati, così irresponsabili, così poco capaci di sopportare la fatica. Vi dirò con tutta onestà che io non mi sento parte di questo gruppo di adulti sempre pronti ad accusare i giovani. La mia esperienza di insegnante mi ha portato in questi anni a verificare come i giovani, nella maggior parte dei casi, si coinvolgano quando viene fatta loro una proposta forte, decisa, vera. Non dobbiamo chiederci che cosa sia successo ai giovani di oggi, ma cosa sia successo a noi adulti. Non abbiamo più il coraggio del pensiero forte. Così, presi dal pensiero debole, non facciamo più proposte in cui davvero crediamo. È necessario recuperare la dimensione del nostro rapporto con il Destino, la questione del viaggio, dell’avventura della vita, quel viaggio che Dante nei primi canti dell’Inferno aveva paura di intraprendere. Pusillanime e codardo, lo avrebbe evitato. Come direbbe Pascal nei Pensieri: «Scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato». Il grande filosofo francese adduce qui il tema della «scommessa» per mostrare l’importanza di porsi e di scegliere in relazione al destino:

Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v’interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel giuoco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l’errore e l’infelicità. […] Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso in cui scommettiate per l’esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitazione che egli esiste.

Il tema della scommessa e delle motivazioni per cui valga la pena scegliere e scommettere prosegue. Rimandiamo alla lettura del testo l’interessante dimostrazione filosofica di Pascal, condotta con un taglio matematico probabilistico, perché rivolta a intellettuali razionalisti. Qui a noi interessa la ragionevolezza con cui Pascal dimostra la stoltezza di chi non si ponga la questione del Destino. Scommettere sull’eternità conviene perché il nostro cuore ci parla di essa, la attende, e perché qualcuno ci ha promesso che chi ha fede in Lui avrà il centuplo quaggiù e l’eternità. Il centuplo su questa Terra è l’iniziale caparra dell’eternità. La testimonianza giunta fino a noi di un Cristo straordinario che ha fatto miracoli, ha offerto la sua vita per l’umanità, è risorto e da duemila anni opera nella storia è la garanzia della speranza dell’eternità. Ecco perché il filosofo francese Gabriel Marcel può affermare: «Ama davvero chi dice: Tu non morirai».

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