L’evento cristiano non rivoluziona soltanto l’arte figurativa, bensì introduce profondi elementi di novità anche nell’ambito della concezione della letteratura.

Il Medioevo eredita, senz’altro, la tradizionale tripartizione degli stili dal latino classico. Alcuni commentatori virgiliani della bassa latinità (Servio e Donato), associando i tre stili all’altezza degli argomenti affrontati, hanno designato questo rapporto tra opere e livelli di scrittura con l’espressione rota Virgili. Eneide, Georgiche, Bucoliche rappresentavano, così, rispettivamente i modelli dello stile sublime, medio e umile.

Ora, tale tripartizione viene messa in discussione e non più rispettata nell’Alto Medioevo dagli scrittori cristiani che si trovano

 

di fronte a due esigenze contrastanti: da un lato l’esigenza di trattare una materia che, per i valori che trasmette, è sempre sublime, anzi è la materia più elevata che un cristiano possa immaginare (l’incarnazione, la morte, la resurrezione del Cristo, la natura e le manifestazioni di Dio, la fede, i valori morali, ecc.), dall’altro l’esigenza di rendere il concreto realismo, l’umiltà di certi dettagli della storia sacra, e specialmente quella vicenda del Cristo (dalla nascita in una stalla alla crocifissione), e al contempo di farsi comprendere da tutti, dai dotti certo, ma anche dal popolo minuto e illetterato.

 

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