Ungaretti si ribella a questa violenza che distrugge i paesi lasciandone solo «qualche brandello di muro» e che ha trasformato il suo cuore in un cimitero, «il paese più straziato» («San Martino del Carso»).    

Durante la Grande guerra l’esperienza della precarietà non annienta, anzi accentua il desiderio di infinito e di eternità del poeta. Ancora non credente, Ungaretti scrive: «Chiuso fra cose mortali// (anche il cielo stellato finirà)// perché bramo Dio?» («Dannazione» in L’allegria). L’uomo non si può accontentare soltanto di soddisfare il bisogno fisico, altrimenti sarebbe come la bestia. E ancora nella poesia «Sereno» (1918) il poeta scrive: «Dopo tanta/ nebbia/ a una/ a una/ si svelano/ le stelle».

L’esperienza della morte nella prima raccolta porta Ungaretti ad amare ancora di più la vita. Così, nella notte trascorsa in trincea a fianco di un compagno morto, il poeta scrive «lettere piene d’amore», perché non è mai stato «tanto/ attaccato alla vita». (Veglia).

Pubblicata in ottanta copie nel 1916, la silloge viene, poi, ripubblicata prima con il titolo L’allegria di naufragi (1919) e poi L’allegria (1931). Nel passaggio da una raccolta all’altra la scrittura di Ungaretti è sempre più orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell’abolizione della punteggiatura, dell’espressione lapidaria, dell’uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Il verso, reso sempre più essenziale, si riduce talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che nascondano l’evidenza della realtà. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario).

La profonda domanda di senso del poeta troverà risposta alcuni anni più tardi. Nel 1928 il quarantenne Ungaretti si reca nel monastero di Subiaco con un amico e si compie il suo cammino di conversione. Scriverà più tardi: «Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è pura bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile».

L’anno successivo alla conversione di Ungaretti muore sua madre. Ora il mistero della morte è contemplato alla luce di una speranza più grande. Così Ungaretti parla della persona a lui più cara non in termini memoriali, ma a colloquio con lei ancor viva e che si trova finalmente davanti all’Eterno. È una delle poesie più toccanti e più belle, «La madre», in cui ben emerge l’influenza che la religiosità materna, stampata nella sua memoria fin da piccolo, ebbe, poi, nella formazione della sua persona, anche se la conversione lo avrebbe toccato solo a quarant’anni, dopo aver incontrato nuovamente il cristianesimo. Ci riempiamo di commozione alla lettura di questi  versi:

E il cuore quando d’un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d’ombra,

Per condurmi, Madre, sino al Signore,

Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all’Eterno,

Come già ti vedeva

Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,

Come quando spirasti

Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,

Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

La gestualità della vita quotidiana si mescola qui con la ritualità della liturgia: il segno di pace, la genuflessione, le mani alzate al Cielo. I versi sono permeati dall’intensità e dalla vivezza della memoria, vivificati dalla dimensione affettiva ed emotiva. Il componimento confluirà nella seconda raccolta del poeta, Il sentimento del tempo, caratterizzata da una riscoperta della tradizione (su tutti Petrarca e Leopardi),  del verso e delle forme metriche passate oltre che dalle suggestioni della filosofia di H. Bergson. Anche in «Lucca» Ungaretti ricorda la madre in atteggiamento di preghiera: «A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti». La poesia di Ungaretti è un grido. Nella poesia «La pietà» (1928) il poeta scrive: «Sono un uomo ferito». In «Dannazione» (del 1931, omonima alla poesia di L’allegria, ma appartenente a Sentimento del tempo) si rivolge a Dio con tali parole: «Tu non mi guardi più Signore».

Altre raccolte usciranno fino agli ultimi anni di vita del poeta. L’opera che le comprende tutte porta il significativo titolo Vita di un uomo. La sua poesia si propone, così, come testimonianza di un cammino, di un percorso umano, di una scoperta della realtà che matura nell’esperienza, possibile in un confronto costante con la propria umanità e il proprio cuore, sempre scevro di un approccio ideologico.

Proprio questo scavo nella profondità dell’animo umano rende grande e sempre attuale la poesia di Ungaretti. Così, ci piace congedare il nostro autore proprio con quei versi che Ungaretti ha posto a «Commiato» de Il porto sepolto: «Quando trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/ scavato è nella mia vita/come un abisso».(pubblicato su ClanDestino, n. 3 del 2014)

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