Per la sua sensibilità raffinata e profonda, per il suo amore rivolto ai grandi ideali, alla bellezza, all’assoluto, l’eroe romantico si rintana in un giardino di solitudine dove col tempo si ritrova talvolta disperato, fino al suicidio. Incapace di condurre avanti rapporti stabili, vive per l’assoluto che percepisce al di là della realtà più che nella profondità della stessa. Così l’eroe romantico diventa lui stesso assoluto, cioè slegato da tutto e da tutti. Divengono emblema di questa solitudine, di questa spaccatura con la società, con gli altri intellettuali e con il mondo delle lettere i dipinti di Caspar David Friederich (1774-1840). L’artista ritrae in famosissimi dipinti personaggi solitari. Nella mente di tutti è stampato quel Viandante in un mare di nebbia, proteso verso un orizzonte incognito e affascinante al contempo. In viaggio, pellegrino, ma non più in compagnia come il pellegrino medioevale o le anime purganti rappresentate da Dante nella loro ascesa verso il Paradiso terrestre. L’eroe romantico non è più con il popolo, incarna magari l’idolo del popolo, ma si è staccato dal popolo. Questa frattura permane ancora oggi. L’intellettuale moderno risente molto di questa spaccatura che è iniziata nell’Umanesimo e che si è ipertrofizzata e amplificata nel corso dei secoli. È una divaricazione tra la cultura e la sensibilità del popolo e quella del poeta e dell’artista, che, come si è già detto, non esisteva in epoca medioevale, quando l’artigiano poteva intendere il messaggio trasmesso da Dante nella  Commedia, perché la cultura era omogenea.

 

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