In tutta la sua produzione Pirandello cercò di mettere in luce il dramma dell’uomo contemporaneo, frammentato, senza certezze, alla ricerca di un ideale che ricomponga la sua «unità perduta».

Proprio negli anni in cui Freud rivoluzionava la psicologia, Einstein introduceva la relatività, Picasso inseriva la dimensione spazio-temporale nel quadro dando avvio al cubismo analitico, il grande genio di Pirandello descrisse la «perdita del centro» (Hans Sedlmayr) da parte dell’uomo, l’avvento del relativismo culturale e l’affermazione dell’homo technologicus.

Un autore così, che comprese la cultura contemporanea tanto da anticiparne e coglierne gli sviluppi, non venne certamente compreso dai lettori e dagli intellettuali coevi. Proprio per questo la sua produzione è stata, spesso, ridotta e classificata all’interno di rigide e semplicistiche gabbie.

L’opera di Pirandello è attraversata dalla domanda su che cosa sia l’uomo, dove possa trovare la sua autenticità, in qual modo possa vivere davvero e non solo esistere. In poche parole la questione è come la persona possa trovare il suo destino, come il «nomen» possa davvero concretare l’«omen» (che significa «profezia, augurio, destino»).

Che cosa può liberarci da quella prima lettera «N» del «nomen» perché si possa trovare il proprio compimento?

Alcuni personaggi intraprendono la strada della ricerca di una libertà eslege, al di fuori di condizionamenti familiari, lavorativi, sociali.

Così, sbarazzatosi del suo nome, Mattia Pascal si tramuta in Adriano Meis, convinto di poter essere artefice del suo destino.

Si rende ben presto conto che la sua libertà, che all’inizio gli era parsa senza limiti, può essere chiamata solitudine e noia e lo condanna ad «una terribile pena: quella della compagnia» di se stesso.

Vitangelo Moscarda, invece, dopo aver rinunciato a tutto, al lavoro, alla famiglia, agli averi, approda ad una sorta di annichilimento dell’io, ad una riduzione a puro spirito che si identifica di volta in volta con un aspetto della natura, rinunciando, però, a qualsiasi forma.

Serafino Gubbio, divenuto homo technologicus che comunica attraverso le riprese della telecamera, si riduce alla fine all’afasia e all’incomunicabilità totale.

Sono solo alcuni esempi di personaggi che falliscono nell’impresa di divenire davvero protagonisti della propria esistenza. Che cosa può allora davvero riaccendere l’uomo, far sì che l’io viva pienamente e non semplicemente esista come i molluschi, le farfalle, i ragni?

Ecco che nella vastissima produzione pirandelliana compaiono tracce di risposta.

L’uomo assopito dal trambusto quotidiano, addormentato dalle incombenze in cui vive, ha bisogno che accada qualcosa che risvegli il suo io, la sua sete di felicità.

Lo capiamo dalle stupende novelle Il treno ha fischiato o Ciàula scopre la Luna. L’uomo è come un bambino, che scopre la realtà solo nel momento in cui la guarda con stupore e meraviglia.

E proprio come un bambino ciascuno di noi ha bisogno di un padre, di un autore che gli indichi una strada percorribile.

È l’autore che cercano I sei personaggi, è quell’autore che Giovanni Testori, rileggendo il dramma pirandelliano, identifica nel maestro o addirittura in Dio (si veda l’opera I promessi sposi alla prova).

Ancora, poi, nella trilogia del mito (La nuova colonia, Lazzaro e I giganti della montagna), scritta tra il 1928 e il 1936 (anno della morte del drammaturgo), Pirandello tenta di rintracciare la verità nell’ambito socio-politico, in quello artistico e in quello religioso:

Nel Lazzaro leggiamo che è necessario «ridare le ali» a coloro a cui «sono mancati i piedi per camminare sulla terra» (speranza), dobbiamo «vivere in Dio le opere che compiamo» (offerta), cercare il «centuplo quaggiù prima che l’eternità» (felicità e salvezza).

Commenta questo Articolo