Fin da giovane Pirandello scrisse drammi teatrali, ma la notorietà internazionale arrivò tardi con la rappresentazione dei Sei personaggi in cerca d’autore nel 1921.

Quando il dramma venne per la prima volta messo in scena a Roma al Teatro Valle il 9 maggio 1921 non fu certo compreso e venne contestato.

Se riscopriamo recensioni e possibili interpretazioni dell’opera nei decenni successivi, per lo più troviamo letture dal punto di vista metateatrale, si utilizza la distinzione tra persona e personaggio, si parla di critica al teatro borghese e ancora di riflessione sull’incomunicabilità tra gli esseri umani.

Nella prefazione apposta all’edizione del 1925 Pirandello scriveva:

 

Io ho voluto rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché manca l’autore che essi cercano; e si rappresenta invece la commedia di questo loro vano tentativo, con tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi sono stati rifiutati.

 

Sei personaggi (il padre, la madre, la figliastra, il figlio, il giovinetto, la bambina) si presentano al capocomico pretendendo che venga rappresentato il loro dramma. La loro storia è, infatti, stata scritta, ma non rappresentata. L’autore li ha abbandonati dopo averli creati. Il padre esclama:

 

L’autore che ci creò, vivi, non volle, poi, o non poté materialmente metterci al mondo dell’arte. E fu un vero delitto […] perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo può ridersi anche della morte. Non muore più!

 

Più avanti ancora, rivolgendosi al capocomico che vuole il copione, insiste: «Il dramma è in noi; siamo noi; e siamo impazienti di rappresentarlo, così come dentro ci urge la passione!». L’uomo ha urgenza di vita, non vuole solo esistere, ma anche vivere, profondamente e drammaticamente vivere, con entusiasmo.

A causa della loro insistenza il capocomico dapprima interrompe la rappresentazione dell’opera in corso, poi chiede alla strana nuova compagnia di dare indicazioni agli attori sulla rappresentazione del loro dramma. Dopo aver mostrato insofferenza per la mancata corrispondenza della recita alla loro storia, i personaggi pretendono e ottengono di essere loro stessi a recitare o meglio a vivere. Sulla scena i sei personaggi rappresentano la loro storia.

Un uomo (il padre) ha sposato una donna (la madre) generando un figlio. Col tempo, però, scema l’amore tra i due sposi. Innamoratasi del segretario del marito, la madre si allontana dalla famiglia per costituire un’unione col nuovo amante. Da questa nasceranno tre figli (la figliastra, il giovinetto, la bambina). Dopo alcuni anni muore il segretario. Trovatasi sola con l’onere del sostegno dei figli, la madre ritorna al paese del primo marito senza dirgli nulla. La figlia maggiore (figliastra) inizia a lavorare nell’atelier di Madama Pace su suggerimento della madre. Lì, ben presto, per arrotondare si trova a fare la prostituta. Un giorno, però, si presenta come cliente il primo marito della madre. L’incesto è impedito solo all’ultimo momento. A questo punto, forse preso dal rimorso o dal desiderio di risarcire in qualche modo la famiglia, il padre accoglie in casa l’ex-moglie e i tre figli non legittimi.

Si crea, però, nella casa un clima surreale, di forte disagio. La convivenza è, infatti, un motivo di ricordo costante dei due drammi familiari. La figliastra, il fanciullino e la bambina hanno perso il padre (segretario), ma non riescono a vedere nella nuova figura maschile un personaggio paterno. La tragedia è alle porte. Un giorno il fanciullino, dopo aver trovato la sorellina annegata in una vasca, si spara un colpo di rivoltella e muore. Il pubblico pensa che sia solo una finzione teatrale, ma non è così. La tragedia si è compiuta davvero.

Al di là delle molteplici interpretazioni che sono state date al testo, ci sembra che la chiave di lettura più efficace sia quella profetica.

Nell’opera compaiono alcuni segnali interni che permettono di comprendere chi sia l’autore che ricercano i personaggi. La storia raccontata è, infatti, quella di un padre assente e di personaggi che non riescono a vivere, perché sono stati abbandonati dal loro «autore». Pirandello mette a tema una delle perdite più drammatiche dell’epoca contemporanea.

Il genio di Pirandello aveva percepito nei primi decenni del Novecento la perdita della figura del padre nella cultura odierna e ne aveva descritto le tragiche conseguenze. Nella conclusione del dramma Pirandello aveva anticipato il baratro e l’istinto autodistruttivo che attirano l’uomo contemporaneo.

L’anàtema che grava sull’uomo contemporaneo è pesante. L’umanità senza padre (tradizione, radici, origine, Dio) perde la sua identità e smarrisce la strada. Rischia, così, l’autodistruzione. Senza padre la bambina e il bimbo si suicidano.

In maniera significativa, Stefano, il figlio di Pirandello che seguì le sue orme nella passione teatrale, scrisse il dramma Un padre ci vuole.

La gioventù odierna (non tutta, fortunatamente) cerca spesso il sonno e la distrazione, nel peggiore dei casi l’annientamento e l’autodistruzione nella forma di suicidi palesi o celati (droghe, alcool, corse spericolate, etc.). Il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovanissimi. La prima causa di mortalità è rappresentata dagli incidenti stradali che nascono spesso da una volontà di rischio, di trasgressione, di annichilimento. L’incidente stradale è spesso un suicidio travestito. Senza padre, oggi, i giovani perdono l’energia vitale, appaiono abulici, sempre più inetti e incapaci di affrontare la sfida della realtà.

Qual è l’autore di cui abbiamo tutti bisogno perché la nostra esistenza si tramuti in vita, perché noi possiamo vivere, compierci, realizzarci? Il padre o autore di cui tutti abbiamo bisogno può essere anche interpretato come il maestro.

 

Lo scrittore e drammaturgo Giovanni Testori (1923-1993), che scrisse una magnifica rilettura dei Promessi sposi sull’impalcatura dei Sei personaggi in cerca d’autore, ovvero l’opera teatrale I promessi sposi alla prova (1984), interpreta l’autore come il maestro.

Testori rilegge proprio quel Manzoni con cui ha in comune una clamorosa conversione che ha fatto tanto discutere e ha infastidito molti. Lo sperimentalismo di Testori non è fine a se stesso. I temi che il drammaturgo ha a cuore sono di estrema importanza: la necessità della presenza di un maestro nella vita e la scoperta del talento.

Sei personaggi (gli attori che interpretano Renzo, don Rodrigo, Lucia, Agnese, Perpetua, Gertrude) sono guidati da un regista/maestro, che insegna ai suoi allievi a recitare la propria parte introducendoli al proprio mestiere, a quel compito che uno si assume nella vita, alla responsabilità nei confronti degli altri: una vera e propria missione. Il maestro insegna agli attori ad entrare in rapporto con il reale, ad addentrarsi nella realtà, non li mortifica, ma lascia loro la libertà e li sprona a librarsi verso il cielo:

 

“Io le ali non le spezzo! Le aiuto; a librarsi; come quelle dei falchi; o delle poiane; le rimpolpo; le ringagliardisco, io, le ali”.

 

Il dramma I promessi sposi alla prova si conclude con una sorta di testamento spirituale del maestro che si congeda dagli attori auspicando che siano ora loro a creare nuove compagnie e a diventare a loro volta maestri:

 

“Cari, cari ragazzi! Così, ecco, così, come nelle scuole d’un tempo! Anzi, di tutti i tempi! […] Qui, su quel ramo; ma anche, altrove; lontano; ovunque; proprio, ovunque; ecco, ovunque, sull’immensità sterminata della terra, può nascere, sempre, qualcosa come un chiarore, una luce, un’alba […] Voi, superata questa lunghissima prova, trarrete dal vostro amore una nuova, grande famiglia. Come attori, non solo a voi, ma a tutti, cosa si può dire, congedandosi, il vostro vecchio maestro se non che, superata questa lunghissima prova, potete andar pel mondo, costruire altrettante compagnie, diventar, ecco, voi stessi maestri… Ve n’è bisogno. E voi, adesso, siete pronti. Se, poi, nella vita o qui, sulla scena incontrerete, com’è giusto, difficoltà, dolori, ansie, problemi, battete alla sua porta. Battete con volontà, con forza, con amore. Lei v’aprirà”

“A chi sta alludendo il maestro? Alla porta di chi si deve battere? Chi aprirà? La speranza”.

Parlando di questo testo teatrale, Testori si sofferma sulla figura del maestro che «scopre che insegnare, oggi, è ritornato necessario». Il maestro

 

“non è qualcuno che opprime con il suo sapere; è, più cristianamente, qualcuno che consegna a dei giovani la propria esperienza e intanto si arricchisce della loro giovinezza. Un transfert religioso. […] Cerca di recuperarli al senso del loro mestiere, cioè, trattandosi di attori, alla loro umanità. Cerca di farli tornare uomini in quella «parola» che è il loro mestiere. […] Il maestro, dunque, non è servito a spiegare il Manzoni, a metterlo in scena, quanto a verificarlo oggi, a svelare a questi interpreti il mistero della parola: la parola come metafora dell’incarnazione”.

Dando una sua personale interpretazione all’opera teatrale di Pirandello, Testori affermerà, inoltre, che l’autore di cui i personaggi sono alla ricerca può essere interpretato come Dio, che è stato cancellato dalla cultura odierna.

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