La sensibilità del Poeta, infatti, emerge in maniera antifrastica rispetto a quella di Dante. I due poeti che saranno considerati nella storia della letteratura italiana successiva come paradigmi di due modalità diverse, quasi opposte, di far poesia si trovano accomunati da un medesimo afflatus religioso, che non ha dubbi sulla bellezza del Cielo e della sua Regina. Nel caso di Petrarca tutta l’incertezza riguarda l’umano, ovvero la capacità nostra di aderire al progetto di bene che Dio ha pensato per noi, non certo la presenza e la bontà del Creatore nella nostra vita.

 

Il Cantore di Laura non ci presenta come primo tratto la maternità della Madonna (come fa Dante), bensì la sua bellezza con un tocco di sensualità e, nel contempo, memore dell’Apocalisse. Così, la apostrofa: «Vergine bella, che di sol vestita,/coronata di stelle, al sommo Sole/piacesti sì che ’n te sua luce ascose,/amor mi spinge a dir di te parole;/ma non so ’ncominciar senza tu’aita/e di colui ch’amando in te si pose./Invoco lei che ben sempre rispose,/chi la chiamò con fede./Vergine, s’a mercede/miseria estrema de l’umane cose/già mai ti volse, al mio prego t’inchina;/soccorri a la mia guerra,/ben ch’i’ sia terra e tu del ciel regina». La tradizionale invocazione alle muse tipica della poesia epica è qui sostituita dalla richiesta di aiuto alla Vergine perché il Poeta possa incominciare la sua poesia. Petrarca sente tutta la sproporzione tra la sua pochezza e caducità e la grandezza di Maria, regina del cielo. La Madonna raffigurata da Dante è, invece, subito da noi percepita come intima, vicina, prossima alle nostre miserie.

Nel contempo, Petrarca cerca di colmare questo senso di sproporzione tra la sua piccolezza e la Regina del Cielo con un’invocazione lunga e che, in un certo senso, riasserisce con insistenza gli stessi concetti. La moltiplicazione dello stesso significato e della preghiera, oltre ad essere conforme alla poetica di Petrarca, ha come fine quello di presentare più volte di fronte alla Madonna le sue richieste.

La canzone petrarchesca si dispiega, così, in ben dieci stanze. La Vergine è dapprima apostrofata come una delle «vergini prudenti», dai «begli occhi/ che vider tristi la spietata stampa» dei chiodi della croce. La bellezza non viene in alcun modo sminuita dalla sofferenza, anzi viene accentuata dalla sovrabbondanza di amore con cui la Madre ha accompagnato la passione del Figlio.

Il dantesco «Vergine Madre, figlia del tuo figlio» si traduce in Petrarca in «del tuo parto gentil figliola e madre», mentre le bellissime espressioni dantesche «qui … meridiana face/ di caritate, e giuso, intra’ mortali… di speranza fontana vivace» sono diventate due azioni di Maria («Allumi questa vita e l’altra adorni»). Novella Eva, la Madonna è stata strumento del Cielo, grazie al suo «sì» sono state possibili l’incarnazione di Cristo e la redenzione dell’umanità.

«Madre, figliuola e sposa», la «Vergine gloriosa» è «vera Beatrice», colei che ha fatto ‘l mondo libero e felice”, grazia sovrabbondante che soccorre la miseria umana.

Petrarca rimpiange di aver perseguito per tanti anni “mortal bellezza, atti e parole», che gli hanno «tutta ingombrata l’alma» fra «miserie  e peccati». Ora che, giunto «forse a l’ultimo anno», ripone tutta la sua speranza nella Madonna, il Poeta Le chiede di non guardare i suoi meriti e il suo valore, ma «l’alta… sembianza» di Dio impressa come un sigillo anche nel suo cuore misero.

Così, alla Vergine «umana e nemica d’orgoglio», la creatura umile per eccellenza, Petrarca rivolge alla fine l’ultima invocazione: «Miserere d’un cor contrito, umile,…/ raccomandami al tuo Figliuol, verace/ omo e verace Dio,/ ch’accolga ’l mio spirito in pace». La Madre non può che condurci al Figlio, al vero Redentore dell’Umanità, Gesù Cristo. In questa umiltà, in questo materno amore che vuole salvare tutti i suoi figli, traluce ancor più lo splendore della bellezza di Maria.

 

Non sarà un caso se anche il terzo capolavoro del Trecento, il Decameron, presenta un percorso di redenzione che, in qualche modo, richiama quelli della Divina commedia e del Canzoniere. L’opera di Giovanni Boccaccio da un lato è chiara espressione dell’Umanesimo incipiente, con la sua esaltazione dell’uomo e della sua capacità di affermarsi tramite il valore e l’intelligenza, dall’altro conserva aspetti ancora tipicamente medioevali e danteschi. Si apre, infatti, con il più grande peccatore del mondo, quel Ser Ciappelletto che perfino in punto di morte ha il coraggio di sfidare Dio e di rilasciare una confessione che è un capolavoro di retorica assoggettata al male. Si concluderà con la figura di Griselda, donna che sopporta ogni genere di prova da parte del severo marito Gualtieri.

Certamente, Boccaccio non può concludere una «commedia» umana e mondana come il Decameron con la Madonna, Madre di Dio. L’autore pone, quindi, a degno congedo del corpus novellistico una Madonna tutta terrena, che presenta, senza dubbio, somiglianze con Maria. Basti pensare che Gualtieri, prima di sposarla, chiede a Griselda «s’ella sarebbe obbediente, e simili altre cose assai». Lei risponde «sì» come la Madonna all’angelo. L’avventura matrimoniale inizia solo dopo quel «sì».

«Di persona e di viso bella», Griselda risponde al marito che vuole sperimentare la sua virtù: «Fa’ di me quello che tu credi che più onore e consolazion sia, ché io sarò di tutto contenta […]; io non era degna di questo onore al quale tu per tua cortesia mi recasti». La donna emerge in tutta la sua umiltà e pazienza. Accetta anche il sacrificio dei figli e, quando viene ripudiata dal marito, gli dice: «Io vi priego, in premio della mia verginità, che io ci recai […], che almeno una sola camicia sopra la dote mia vi piaccia che io portar ne possa». L’ultima prova cui Griselda è sottoposta è quella di acconciare la novella sposa di Gualtieri. Allora lei chiede al marito che l’ha ripudiata di non sottoporre la futura moglie a prove dure come quelle che ha dovuto sperimentare lei.

Solo a questo punto Gualtieri rivela che il suo comportamento è stato messo in atto ad arte per sperimentare la virtù di lei, che si è dimostrata la moglie migliore che uomo possa avere, «sopra tutti savissima», l’unica che avrebbe potuto sperimentare le «rigide e mai più udite prove da Gualtieri fatte». Griselda è, così, presentata come la più virtuosa donna che sia mai esistita in terra, dopo la Madonna.

La prospettiva tutta mondana dell’Umanesimo, che non rinnega il Cielo, ma auspica un’affermazione dell’uomo in Terra grazie all’eccellenza e alla virtù è alle porte.

 

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