Nel 1916 Ungaretti racconta la drammatica esperienza della trincea italiana. Il poeta, orfano di padre dalla tenera età, ha già perso il carissimo amico Mohammed Sceab, immigrato con lui a Parigi nel 1912 e morto suicida solo l’anno successivo. Conosce, quindi, il dolore per la scomparsa di una persona cara. Ora, però, la morte lo colpisce non tanto perché riguarda una persona che gli è vicina, amica, familiare, ma perché è cruda, ingiustificata, prossima a tutti i soldati che combattono la guerra. Leggiamo la poesia «Veglia»:

Veglia

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Collocata come quarta poesia nell’edizione de Il porto sepolto del 1916, Veglia racconta il battesimo del fuoco del soldato Ungaretti, appena arrivato al fronte, dinanzi alla dura esperienza della morte di un commilitone.

Ungaretti scrive due giorni prima di Natale, in seguito alla morte di un compagno, rimasto per l’intera notte al suo fianco. Con la lapidarietà che lo caratterizza, il poeta rifugge da schemi metrici tradizionali, tralascia la punteggiatura, si avvale di versi brevi ridotti spesso ad una semplice parola. La poesia viene scarnificata, resa essenziale, espressione della povera e nuda verità, priva di orpelli retorici e esornativi, scevra della prosopopea dannunziana alla ricerca della parola come assoluto.

Con termini anche colloquiali («buttato») e forti («massacrato», «digrignato») Ungaretti descrive la sua esperienza a fianco di un compagno morto, con le mani che si stanno indurendo, ma col volto ancora rivolto al plenilunio, cioè alla luce, quasi a voler indicare che l’uomo desidera la vita fino all’ultimo, anche in punto di morte. Anche il poeta, che assiste a massacri pressoché quotidiani, sente che il suo animo aspira alla vita e all’amore. La morte non provoca in lui il desiderio di vendetta, ma l’aspirazione alla vita, tanto che scrive «lettere piene d’amore», perché non è mai stato «tanto/ attaccato alla vita».

Ungaretti si contrappone, così, alla retorica e all’eloquenza militare che esaltano la guerra, i combattimenti e la morte in battaglia. La guerra non crea eroi, temprati dalle battaglie e dalle stoiche rinunce, ma porta solo distruzione e annientamento. La speranza di vita che alberga nell’animo del poeta non può, però, essere annientata. Se le mani del compagno, ormai prese dalla congestione della morte, sono immobili, quelle del poeta possono scrivere e farsi portavoci di un messaggio per tutti. I versi diventano un monito universale, promosso da un testimone che ha vissuto in prima linea l’orrore della guerra.

La datazione della poesia «Soldati» attesta che sono trascorsi due anni dai versi composti sul fronte italiano del Carso. Ungaretti si trova ora sul fronte francese, accampato con il suo reggimento in un bosco presso Courton. Dopo l’uscita della Russia dal conflitto, la Germania ha ammassato le proprie truppe sul fronte francese per sferrare l’attacco decisivo. L’Italia invia ben venticinquemila soldati. Almeno quattromila moriranno negli scontri tra giugno e luglio del 1918 presso il bosco di Courton. Le mitragliatrici tedesche abbattono i soldati nemici che cadono come le foglie in autunno dagli alberi.

Ecco la poesia:

Soldati

Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Il primo verso presenta la condizione esistenziale dell’uomo. Il verbo latino «sto» significa «stare in piedi» e ben documenta la situazione del soldato in armi, pronto a combattere, simbolo della condizione umana universale. La congiunzione «come» collocata a fine verso in posizione forte introduce la similitudine dell’uomo con le foglie in autunno, stagione che simboleggia la vecchiaia e l’ingresso verso la conclusione della vita. Le foglie d’autunno cadono come i soldati sotto il fuoco delle armi tedesche.

Da sempre la caducità e la precarietà dell’esistenza sono state in letteratura espresse con l’immagine delle foglie in autunno, che ha affascinato tanti grandi poeti, da Omero a Mimnermo, da Virgilio a Dante. Per Ungaretti l’immagine della foglia ha non solo valore simbolico, ma anche reale, perché il soldato si trova in un bosco, che è dominato dalla presenza delle foglie.

Nell’Iliade (VI, vv 146-149) Omero paragona le stirpi degli uomini alle foglie nate a primavera che vengono poi gettate a terra dal vento. Nel VI libro dell’Eneide, incentrato sulla catabasi di Enea, Virgilio paragona le anime morte, assiepate presso il fiume dell’Acheronte in attesa di passare all’altra riva sul vascello del traghettatore Caronte, alle foglie che cadono a terra nel bosco al primo freddo dell’autunno.

Nel III canto dell’Inferno Dante riprende quasi alla lettera Virgilio:

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114
similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo 

Il poeta fiorentino descrive le anime dei dannati convenute presso il fiume infernale che si gettano nella barca del traghettatore al suo cenno. (La nuova bussola quotidiana del 26-11-2017)

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