Tanti letterati e soldati scrivono della guerra sia prima di parteciparvi che dopo averla sperimentata. Alcuni di loro hanno lasciato memorie indelebili di quegli anni.

L’entusiasmo e l’interventismo che hanno caratterizzato la partenza per le armi di poeti come Ungaretti, Rèbora, Saba, Betocchi, Montale si smorzano dinanzi all’esperienza della sofferenza e del dolore provocati dalla quotidianità della guerra. Nei loro versi non si spengono, però, l’amore della vita, la speranza di un nuovo inizio, la luce che possa finalmente condurre fuori dall’oscurità. In taluni la domanda di compimento e l’attesa di Dio, accentuate da quegli anni drammatici, diventano l’inizio di un cammino di conversione.

Anche in alcuni versi di D’Annunzio (soprattutto del Notturno) si percepisce un tono di nostalgia e di malinconia, ma nel complesso della sua produzione poetica bellica domina, pur se di fronte al sangue dei caduti, il tono retorico del poeta cantore e celebratore della guerra giusta, poco incline a guardare il destino tragico dell’uomo che perde la giovinezza e la vita.

 

Ungaretti e il desiderio di Dio di fronte alle atrocità della guerra

 

Ungaretti affronta la guerra come soldato semplice, non in audaci operazioni o imprese militari come D’Annunzio, ma nell’esperienza traumatica della trincea, al fronte, prima quello italiano, poi quello francese.

La vita in trincea non è semplice. Ungaretti così ci racconta come ha iniziato a comporre versi: «Incomincio Il porto sepolto dal primo giorno della mia vita in trincea, e quel giorno era il giorno di Natale del 1915, e io ero sul Carso, sul Monte San Michele. […]

Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile. […] Ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte […]. Nella mia poesia non c’è traccia di odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza […].

C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, c’è esaltazione […] dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte […]. A dire il vero, quei foglietti (cartoline, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute…), sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, […] non erano destinati a nessun pubblico».

I versi di Ungaretti appartenenti all’Allegria sono un’importante testimonianza storica sulla Grande Guerra, oltre che un chiaro giudizio sull’esperienza della vita militare e della trincea durante il primo conflitto mondiale.

L’allegria è la prima delle raccolte di Ungaretti, confluita poi nel libro che comprende tutte le sillogi, intitolato Vita di un uomo. Pubblicata dapprima col titolo di Il porto sepolto in ottanta copie nel 1916 presso lo stabilimento di Ettore Serra a Udine, viene poi rieditata con il titolo L’allegria di naufragi nel 1919 e L’allegria nel 1931.

Nella prima raccolta la scrittura di Ungaretti è orientata nella direzione della scarnificazione del verso, dell’abolizione della punteggiatura, dell’espressione lapidaria, dell’uso del blanchissement (lo spazio bianco) per scolpire la poesia. Reso sempre più essenziale, il verso è ridotto talvolta ad una sola parola e diventa rivelatore del tentativo del poeta di andare al cuore delle cose e della vita, senza orpelli retorici e paludamenti che possano nascondere l’evidenza della realtà. Il titolo delle poesie è accompagnato dal riferimento al luogo e alla data di composizione (come in un diario).

«Il porto sepolto» è la poesia che dà il titolo originario alla prima raccolta di Ungaretti del 1916. Che cos’è il porto sepolto? A sedici anni, quando ancora vive ad Alessandria, Ungaretti conosce due giovani ingegneri che gli raccontarono di un «porto sommerso, che doveva precedere l’età tolemaica, provando che Alessandria era già un porto prima d’Alessandro».

Il titolo del primo libro «deriva da quel porto», di cui ora non si sa più nulla, che giace custodito in fondo al mare. La poesia è come un inabissamento nella profondità del mare alla ricerca della verità e del senso della realtà. Il poeta desidera trovare le radici della storia, della civiltà, della vita, vuole cogliere l’essenziale delle cose.

Nel contempo, il poeta è colui che vuole discendere nella profondità dell’io, della vita e della memoria. «Il porto sepolto» a detta di Ungaretti «è ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile». Così, «trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscere il segreto».

Educato religiosamente fin da bambino, soprattutto grazie alla madre, Ungaretti si distacca più tardi dalla fede, pur se animato da una viva domanda sul senso della vita e della realtà. Esemplare al riguardo è il brevissimo componimento intitolato «Dannazione».

Nell’esperienza della guerra Ungaretti sente ancor più il sentimento della precarietà dell’esistenza e della caducità di tutto: persone, cose, lo stesso cielo stellato sono destinati a finire. Eppure, una domanda è insopprimibile all’interno del suo animo. Nonostante, il poeta non riesca più a credere in Dio, nel suo cuore persiste incrollabile il desiderio di Lui.

Nella raccolta L’allegria dopo «Dannazione» Ungaretti colloca la poesia «Risvegli» in cui, ricordati i tanti amici morti, si chiede: «Ma Dio cos’è?». È una domanda su Dio, ma che, nel contempo, è rivolta a Dio stesso.

È come se nel poeta sgorgasse in maniera spontanea l’attesa di Dio, proprio come in modo naturale in «Fratelli» era scaturita la coscienza di una fratellanza universale. La creatura mortale, «atterrita», è per sua natura «religiosa», da sempre, dalla notte dei tempi.

Nella percezione del Creatore attraverso le stille di stelle che dal cielo piovono nel cuore Ungaretti inizia a vedere la realtà in modo diverso («la pianura muta») e riprende  coscienza di sé.

Dopo tre anni di guerra e di atrocità, trovandosi in Francia sul fronte occidentale presso il bosco di Courton, Ungaretti scrive che al di là della nebbia si trovano ancora le stelle. Il titolo («Sereno») è rivelatore di uno stato d’animo particolare, rasserenato, uno di quei momenti in cui il poeta ha la percezione di intravedere una via di uscita, in mezzo a tante atrocità. Il cielo torna a colorarsi e a trasmettere così aria di vita nuova.

Percezioni sensoriali molteplici, che coinvolgono tutta la persona, dalla vista («si svelano/ le stelle», «il colore del cielo») al tatto («il fresco/ che mi lascia») in un’efficace sinestesia trasmettono il desiderio di vita, di amore, di felicità del poeta, non dimentico della reale condizione dell’esistenza, improntata alla precarietà, tanto che Ungaretti scrive: «Mi riconosco/ un’immagine/ passeggera». La brama d’infinito non cessa di palpitare nel cuore di Ungaretti («Presa in un giro/ immortale»).

La domanda del poeta troverà risposta soltanto alcuni anni dopo. Infatti, nel 1928 lo scrittore si recherà nel monastero di Subiaco con un amico e si compirà così il suo cammino di conversione.

Scriverà più tardi: «Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è pura bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile».

Rèbora e l’amore che si contrappone al delirio della guerra

Una parabola esistenziale per certi versi analoga è quella che compie Clemente Rèbora, altro grande poeta italiano che ha cantato la Grande Guerra, anche se la sua esperienza di soldato dura poco, perché riformato in seguito ad un’esplosione ravvicinata, che gli procura un trauma cranico e uno shock.

La lettura dei romanzieri russi, lo spiccato interesse per le religioni, una sempre più accentuata percezione della «distanza tra reale e ideale, tra terra e cielo, uno e tutto» (G. Mussini) sono la prolusione alla conversione vera e propria al cattolicesimo che avviene nel 1929, fatto curioso perché in quello stesso periodo matura la conversione di Giuseppe Ungaretti. Ricevuta la prima comunione e poi la cresima, nel 1931 diventa novizio e nel 1936 è nominato sacerdote entrando nell’ordine dei rosminiani.

Della sua significativa e ampia produzione trascegliamo solo un paio di poesie dedicate alla scioccante esperienza della guerra.

Nel notissimo componimento «Viatico» solidarietà, fratellanza, sacrificio e offerta della vita per un compagno che sta morendo sgorgano spontaneamente dal cuore dei soldati, come se qualsiasi maschera, ipocrisia, paludamento retorico si dissolvessero dinanzi alle atrocità e alle violenze.

Il poeta le descrive con un espressionismo che è unico nel panorama poetico dedicato alla guerra. «Tra melma e sangue/tronco senza gambe/e il tuo lamento ancora» sono versi che trasmettono più di qualsiasi immagine il senso dell’annientamento della persona e del dissolvimento del corpo, dell’agonia di chi sente la morte avvicinarsi certa, ma paziente, lasciando tutto il peso della sofferenza lacerante.

Chi riesce solo ad immaginarsi gli atroci istanti di quel soldato orribilmente mutilato, ma ancor vivo, solo, posto di fronte ad un destino ineluttabile, senza alcun conforto, implorante per questo l’unico possibile conforto dei compagni d’armi?

Il suo lamento si tramuta, però, in un’imboscata involontaria per i compagni condannati a morire nel disperato tentativo di portare almeno in salvo quel che rimane del corpo. L’auspicio del poeta è che l’agonia del soldato morente possa finire in fretta.

Quel soldato approderà finalmente al termine dello spettacolo tragico che sta avvenendo. L’unica consolazione sarà la fine di tutto, di un delirio, di una pazzia che sta tragicamente e orribilmente consumando gli esseri umani di entrambe le fazioni, la vita, la giovinezza, i sogni e le speranze di un’intera generazione.

Il poeta chiede il silenzio, la cessazione dell’agonia, la fine dei lamenti. L’espressione finale «Grazie fratello» è l’ultimo saluto ad un compagno che parte, che ha combattuto, che ha condiviso un pezzo del tragitto della vita, che è morto mostrando il vero volto della morte e della sofferenza. Una morte che arriva senza fanfare o trombe di vittoria, ma nel silenzio e nella solitudine.

Un’altra poesia emblematica dell’esperienza di Rèbora è «Voce di vedetta morta» (Poesie varie). Il poeta fa qui parlare una sentinella morta, immersa nel fango, impossibilitata ormai anche ad esprimere il dolore dell’animo e la sofferenza fisica provata.

Quest’esperienza, lo attesta esplicitamente la vedetta morta, non sarà comunicabile a nessuno di coloro che non hanno partecipato all’atroce delitto («di guerra/A chi ignora non dire») e che ancora confidano nella vita, non avendo sperimentato l’assurdità e il non senso dell’esistenza.

L’unica possibilità, se mai ci sarà, di comunicare l’esperienza e la consapevolezza di quei giorni passati al fronte potrà essere in una notte d’amore, quando il soldato, finalmente tornato, potrà sussurrare alla donna che nulla al mondo può redimere la putrefazione dei corpi nel fango e il nulla che ha invaso la vita in quei giorni di guerra.

Forse, solo lì, nell’esperienza dell’amore, si potrà trovare una risposta. Forse, solo nella profondità e nella totalità di quel concedersi tutto all’altro, si troverà la forza che si contrappone alla morte. Il poeta non ne è certo.

Il cammino spirituale di Rèbora approderà negli anni successivi al porto della fede. Il poeta verificherà la pretesa della promessa cristiana nella vita ritornando alla propria tradizione, vagliata e corroborata nell’esperienza e nelle prove della vita.

Montale e la luce della speranza che non si spegne mai anche nell’oscurità

Le poesie di Ungaretti e di Rèbora dedicate alla guerra sono più immediate e dirette, più concrete e dirompenti, meno inclini all’uso dell’espressione alta e letteraria rispetto all’unico componimento che il maggior poeta italiano di pieno Novecento, Eugenio Montale, dedica al conflitto, intitolato «Valmorbia».

È come se Montale, partito per la guerra a soli diciannove anni (arruolato nel 23° fanteria a Novara), volesse volontariamente trovare un riparo dalla crudezza e dalla violenza della realtà vissuta nel mondo della letteratura e della lingua. Colpisce questo fatto, soprattutto in un autore come lui sempre proteso a cercare la verità oltre l’apparenza.

«Valmorbia» (appartenente alla raccolta Ossi di seppia) è testimonianza di un momento di tranquillità e di serenità, quasi di smemoratezza nella mente del poeta. La poesia può essere paragonata, in un certo senso, a I fiumi di Ungaretti, anche se non presenta una dimensione religioso-sacrale come i versi ungarettiani, perché il caso cieco sembra trascinare gli umani, volti da un’incomprensibile destino.

Al silenzio si unisce la luce notturna della luna piena, che appare come un’alba, che illumina il cammino della volpe. Il poeta collegherà per sempre Valmorba a quella luce che non si spegne, a quella segreta speranza che la guerra possa finalmente finire e che la luce della vita possa tornare a brillare ovunque.

 

D’Annunzio cantore della guerra «grande e giusta»

Alla guerra D’Annunzio partecipa non come soldato semplice, come Ungaretti, Rèbora, Montale, ma come personaggio d’eccezione, che vuole distinguersi ed essere protagonista.

Il 16 gennaio 1916, durante un atterraggio di fortuna dell’aeroplano pilotato dal tenente Luigi Bologna, D’Annunzio rimane ferito ed è costretto a letto, per mesi, nell’oscurità. La circostanza diviene l’occasione per creare la leggenda di aver scritto diecimila «cartigli», striscioline di carta utilizzate per stendere i ricordi della lunga convalescenza. In realtà, soltanto alcune centinaia di versi vengono composti in quei mesi. Il tono riflessivo prevale sul superomismo. Non mancano tuttavia pagine improntate all’entusiasmo nazionalista e all’eroismo militare.

Più tardi il poeta decide di dedicare alla Grande guerra, definita da lui «grande e giusta», un intero libro delle Laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroi, il quinto, noto comunemente come Asterope. Nel 1933 la raccolta viene pubblicata una prima volta con il titolo di Canti della guerra latina e una seconda volta col nome di Gli inni sacri della guerra giusta.

Perché D’Annunzio definisce giusta questa guerra secondo il concetto romano di bellum iustum (guerra combattuta per giuste ragioni)? Perché per lui è la prosecuzione del Risorgimento italiano. I tre salmi per i nostri morti (1916) mostrano il suo sguardo di fronte al sangue versato: a differenza di Ungaretti e di Rèbora D’Annunzio non vede la sofferenza della singola persona, il destino tragico dell’uomo che perde la giovinezza, l’amore, la vita, ma considera solo la patria in nome della quale il sangue dei morti viene versato.

Fuori dalla trincea la guerra ordinaria di Saba

Come D’Annunzio, anche Saba non conosce la Grande Guerra nella forma dell’esperienza della trincea, perché viene inviato dapprima a Casalmaggiore in un campo di soldati austriaci prigionieri e, poi, in un campo di aviazione a Toliedo.

Per un autore come lui, abituato a partire dall’ordinario e dal quotidiano nella stesura dei versi, non può mancare la trattazione della guerra. Nella raccolta che contiene tutte le sue poesie, intitolata Canzoniere, ben sette componimenti affrontano l’argomento.

In Accompagnando un prigioniero Saba cammina «di scorta a un nemico», mentre la scena del paese è animata dall’ozioso, dal mendicante e dal panettiere. Il prigioniero, di professione calzolaio, accompagnato da Saba in paese per acquistare gli arnesi del mestiere, è come «una foglia nel turbine presa». L’immagine della foglia rappresenta la fragilità dell’uomo da sempre nel mondo poetico (dai versi greci di Minmermo a quelli latini di Virgilio, dalla Commedia dantesca ai componimenti di Ungaretti).

La poesia «Nino» è dedicata ad un soldato coscritto, che non torna a chi l’«aspetta», un ragazzo che ha sempre odiato la guerra, oggetto di «risa e frizzi». Rivolto alla mamma, Nino scrive: «Mamma, quando finirà questa vitta (sic) disperatta (sic)».

E al babbo si rivolge così: «Posso non ritornare,/ il babbo è un santo/ per noi; vi ho dato solo che dolori;/ perdonatemi, cari genitori». Il coscritto pensa continuamente a quanti han sempre gridato «Viva la guerra», ma non sono poi partiti a combattere. Nino muore e nelle parole del padre «è morto bene, è morto da soldato».

In «Milano 1917» Saba descrive: «Per ogni via un soldato – un fante – zoppo/ va poggiato pian piano al suo bastone,/ che nella mano libera ha un fagotto».

In «Sognavo, al suol prostrato…» Saba si trova nella sua cara Trieste, già tante volte teatro di altri componimenti. Dalla «sua stanzetta» Saba osserva «in alto rosea nuvoletta». Uscito di casa, vede nel cielo un aeroplano e, poi, «macerie di case in rovina,/ correr soldati come in fuga spersi,/ e lontano lontano la marina».

Lo stupore per i nuovi portenti della tecnologia si vede anche in «Partenza d’aeroplani» che «Vanno in su dove il cielo è azzurro netto,/ dove le nubi si vedono sotto./ Chi resta a terra agita il fazzoletto».

La storia di «Zaccaria», raccontata in tre sonetti, descrive un ragazzo cresciuto e divenuto operaio, come sognava da piccolo, che parte, infine, per la guerra. Ferito, ricorda «il tempo gaio/ della pace […]; sul cappello/ ha una penna: l’orgoglio dell’Alpino». Un giorno torna a casa, col braccio al collo. La madre lo abbraccia non lieta, poiché vede la faccia mesta del figlio. Lui allora intona la canzone: «Fermati Austria, ch’io sto per morire […]/ I miei compagni li vedo fuggire».

Betocchi: ufficiale diciottenne l’anno di Caporetto

Alla dimensione quotidiana della guerra, tipica della versificazione di Saba, si contrappone quella trasfigurata e mitica del poeta Betocchi. Nei suoi versi mancano, poi, deliberatamente scrupolo documentario, date e luoghi precisi, che abbiamo trovato nelle poesie di Ungaretti.

Leggiamo in «Fuggendo verso le montagne»: «Nessuno osteggiava sull’alte gole pure delle valli/ l’arioso alzarsi di bianche nubi: vedevo alcune bianco latte/ mescere, ad altre i cavalli/ del vento rovesciar ventri ignudi/ […] Venivano molti torrenti/ a quel fiume; raramente/ andavano via felici insieme./ Sull’onde brevissimi venti/ facevan l’acque, e un frangente/ di cui la rondine in volo teme/ […] E apparve una grande battaglia/ piena d’elmi rotolanti/ dalle forme delle nubi vinte».

Molti versi di Betocchi riecheggiano immagini e temi trovati nell’Anno di Caporetto.  Appartenente alla generazione del ’99 (quella che parte per la guerra a soli diciotto anni, chiamata alle armi nel 1917 e frettolosamente istruita, inviata a combattere), ufficiale al fronte, Carlo Betocchi è del novero di quanti fanno ritorno dalla guerra.

Solo dopo il 1928 è nuovamente a Firenze, città in cui attraversa l’esperienza della rivista cattolica «Il Frontespizio». Proprio su questa rivista esce per la prima volta nel 1931 con il titolo La ritirata dell’esercito il libro che sarà pubblicato più tardi come L’anno di Caporetto.

L’anno di Caporetto verrà modificato più volte nell’arco di cinquant’anni, ad indicare anche l’importanza e la dedizione che il poeta gli conferisce. E per il cinquantenario di Caporetto, in una nota d’apertura al saggio rieditato per l’occasione da Il Saggiatore, Betocchi sottolinea come l’entusiasmo di diciottenne interventista con cui era partito per la Grande Guerra si sia smorzato subito: «Gli entusiasmi dello studente interventista che ero stato ebbero una grande doccia fredda fin dalla prima sera: il clima di quella prima mensa ufficiali di battaglione era anche peggio che buio: acre, cinico, e in bocca di qualcuno addirittura furibondo».

Betocchi racconta nelle stesse pagine (redatte cinquant’anni dopo la rotta del 1917) di aver modificato il titolo originario Ritirata dell’esercito in L’anno di Caporetto per un «senso di riverenza» che prova nei confronti del «già grande spessore di tempo trascorso da allora», come se il tempo gli abbia purificato la vista e, nel contempo, gli abbia permesso di considerare l’avvenimento come cosa non sua, «frutto corale del tempo e dei molti e dei luoghi e delle cose che […] vi parteciparono, e […] son chiamati a parlare; tempo come maestro […] della pietà che fa una cosa sola dei morti e dei vivi».

Il racconto della ritirata è condotto come se fosse una catabasi, una discesa agli Inferi in cui s’incontrano personaggi loschi spesso imbruttiti dalla guerra, alcuni arricchitisi con attività proibite nel momento della tragedia universale.

Nella ritirata si trovano, poi, immagini dal forte valore simbolico: su tutte il fiume Tagliamento che riecheggia le acque dell’Eden dantesco con la loro valenza salvifica e il cavallo, che è, ad un tempo, immagine di morte e messaggero di vita.

A distanza di anni Betocchi rilegge i fatti secondo una prospettiva religiosa. «Betocchi appartiene» scrive Sauro Albisani «a una specie molto più rara di quella del poeta: è un animale religioso. Soprattutto: un autentico animale religioso». «Ha l’aria del bambino capitato per caso in mezzo a gente con la quale non ha niente da spartire». Egli è, per così dire, «poeta per sbaglio» e «la poesia è un mezzo, […] una pratica religiosa» (S. Albisani).

(pubblicato su LINEA TEMPO giugno 2019)

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