Nato a Trieste nel 1883, di madre ebrea (Coen) e di padre italiano (Poli), Umberto sceglie il nome di Saba forse per riecheggiare il termine ebraico del «pane» o forse per richiamarsi alla balia Gioseffa Schobar che ha un ruolo molto importante nella sua vita. Come il padre, che non voleva legami, sente già a quindici anni il desiderio di viaggiare, lascia il ginnasio e si imbarca come mozzo su una nave. Nel 1908 sposa Carolina Wolfler con rito ebraico da cui nasce Linuccia l’anno seguente.

Dopo la Prima guerra mondiale rileva una libreria antiquaria a Trieste fino al 1938 (quando entrano in vigore le leggi antirazziali). Continuerà a scrivere anche nel Secondo dopoguerra. La sua vita è stata una continua ricerca mossa dall’ardore di conoscere come il poeta racconta nell’«Ulisse» che conclude il gruppo «Mediterranee» scritto tra il 1945 e il 1946. Nel 1954, Saba scrive: «Variamente operai, se in male o in bene/ io non so; lo sa Dio, forse nessuno./ Mai appartenni a qualcosa o a qualcuno./ Fui sempre («colpa tua» tu mi rispondi)/ fui sempre un povero cane randagio». Quel desiderio di appartenenza, sempre cercato e sempre, al contempo, sfuggito, non poteva trovare soluzione né in una donna (la moglie) né in una città (Trieste). Solo qualcosa di infinitamente più grande avrebbe potuto colmare la sua ansia di compimento e di pienezza.

Forse traccia di un approdo o di una rotta più chiara si hanno nella conversione di Saba al cattolicesimo avvenuta negli ultimi anni di vita, conclusasi nel 1957, poco dopo la morte della tanto amata moglie.

Nel dibattito per l’entrata in guerra dell’Italia Saba sarà interventista, inviato dapprima a Casalmaggiore in un campo di soldati austriaci prigionieri e poi in un campo di aviazione a Toliedo. Saba non conosce, quindi, la Grande guerra nella forma dell’esperienza della trincea. È sempre la quotidianità a riempire le pagine delle altre sue poesie: dalla figura della balia Gioseffa alla figlia nata dalla moglie e soprannominata Linuccia, dal calcio («Goal») alla figura di una capra per cui prova compassione («La capra»).

Per un autore come lui, abituato a partire dall’ordinario e dal quotidiano nella stesura dei versi, non può mancare la trattazione della guerra. Nella raccolta che contiene tutte le sue poesie, intitolata Canzoniere, ben sette componimenti affrontano l’argomento.

In «Accompagnando un prigioniero» Saba cammina «di scorta a un nemico», mentre la scena del paese è animata dall’ozioso, dal mendicante e dal panettiere. Il prigioniero, di professione calzolaio, accompagnato da Saba in paese per acquistare gli arnesi del mestiere, è come «una foglia nel turbine presa». L’immagine della foglia rappresenta la fragilità dell’uomo da sempre nel mondo poetico (dai versi greci di Minmermo a quelli latini di Virgilio, dalla Commedia dantesca ai componimenti di Ungaretti).

La poesia «Nino» è dedicata ad un soldato coscritto, che non torna a chi l’«aspetta», un ragazzo che ha sempre odiato la guerra, oggetto di «risa e frizzi». Rivolto alla mamma, Nino scrive: «Mamma, quando finirà questa vitta (sic) disperatta (sic)», E al babbo si rivolge così: «Posso non ritornare,,/ il babbo è un santo/ per noi; vi ho dato solo che dolori;/ perdonatemi, cari genitori». Il coscritto pensa continuamente a quanti han sempre gridato «Viva la guerra», ma non sono poi partiti a combattere. Nino muore e nelle parole del padre «è morto bene, è morto da soldato».

In «Milano 1917» Saba descrive: «Per ogni via un soldato – un fante – zoppo/ va poggiato pian piano al suo bastone,/ che nella mano libera ha un fagotto».

In «Sognavo, al suol prostrato…» Saba si trova nella sua cara Trieste, già tante volte teatro di altri componimenti. La commistione di narrazione, di descrizione e di riflessione caratterizzava la poesia «Trieste», come pure «Città vecchia» in cui il poeta racconta di aver preso una via della parte vecchia e presenta il degrado dell’ambiente che è sfondo della miseria umana. Catturato dall’umanità che incontra, Saba descrive la «prostituta e marinaio, il vecchio/che bestemmia, la femmina che bega,/il dragone che siede alla bottega/del friggitore,/la tumultuante giovane impazzita/d’amore». In «Sognavo, al suol prostrato…» dalla «sua stanzetta» Saba osserva «in alto rosea nuvoletta». Uscito di casa, vede nel cielo un aeroplano e, poi, «macerie di case in rovina,/ correr soldati come in fuga spersi,/ e lontano lontano la marina».

Lo stupore per i nuovi portenti della tecnologia si vede anche in «Partenza d’aeroplani» che «Vanno in su dove il cielo è azzurro netto,/ dove le nubi si vedono sotto./ Chi resta a terra agita il fazzoletto».

Da ultimo ricordiamo la storia di «Zaccaria» raccontata in tre sonetti. Cresciuto e divenuto operaio come sognava da piccolo, il protagonista parte per la guerra. Ferito, ricorda «il tempo gaio/ della pace […]; sul cappello/ ha una penna: l’orgoglio dell’Alpino». Un giorno torna a casa, col braccio al collo. La madre lo abbraccia non lieta, poiché vede la faccia mesta del figlio. Lui allora intona la canzone: «Fermati Austria, ch’io sto per morire […]/ I miei compagni li vedo fuggire». (La nuova bussola quotidiana del 28-1-2018)

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