Proponiamo la rilettura di Calvino, non attraverso i suoi romanzi più letti e conosciuti, ma attraverso un testo che è il resoconto di fatti davvero accaduti allo scrittore, un giorno, mentre si trovava al Cottolengo. Stiamo parlando de La giornata di uno scrutatore, un libro illuminante su cosa sia l’incontro con la bellezza e con la verità della vita  e su come la libertà umana possa aderire o meno a quanto di bello e vero si è intravisto.

REALTA’ O IDEOLOGIA?

Semplice, breve, apparentemente solo la cronaca di un giorno insolito, La giornata di uno scrutatore è il diario di un miracolo, di un’ Epifania, della scoperta  che la realtà c’è ed è affascinante. È il resoconto di alcuni incontri che portano il protagonista ad una presa di coscienza che di fronte alla vita l’uomo può assumere due atteggiamenti: quello più frequente è partire dal proprio pensiero, dai propri preconcetti e di applicarli alla realtà, a quanto osservato, in un certo modo subordinando il dato esistente alla personale speculazione intellettiva; oppure l’alternativa è quella di guardare la realtà tenendo ben presente l’ideale incontrato e sorprendersi così pervasi da uno sguardo di tenerezza e direi quasi comprensione per l’umano. Atteggiamento ideologico e sguardo realistico sono le due espressioni che possono ben sintetizzare le due posizioni sopra descritte. Ebbene La giornata di uno scrutatore è una delle attestazioni più schiette che siamo tutti possibili vittime dell’ideologia e che l’antidoto all’ideologia è proprio l’apertura di una finestra sulla realtà, finestra che, una volta aperta e spalancata, permette agli occhi di sorprendere pianure immense e alle orecchie di udire parole prima non udibili: un’attrattiva, un fascino, una bellezza allora ci chiamano e ci spronano a uscire dal grigiore in cui si era piombati.

 

LA TRISTEZZA DI UN ADULTO

Amerigo Ormea, protagonista del testo, rappresenta in un certo senso l’uomo moderno. In maniera simbolica il suo viaggio conduce su una strada che non porta ad alcuna pienezza, ad alcuna meta. Per lui crescere, fare esperienze, significa diventare un poco pessimista, cinico. L’adulto è chi sa già e conosce già e non ha, quindi, tempo per lasciarsi sorprendere: «Nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire».
   Iscritto al partito comunista, considerato «elemento preparato e di buon senso», ora viene fatto scrutatore proprio in un seggio di un grande istituto religioso: il Cottolengo, la piccola casa della Divina Misericordia. È un enorme ospizio, una città nella città, fondata tra il 1832 e il 1842 da un prete che in mezzo a difficoltà e incomprensioni aveva amministrato questo monumento della carità, tra gli infelici, i minorati, i deformi, quelle creature nascoste «che non si permette a nessuno di vedere». Nel Secondo Dopoguerra, da quando il voto è diventato obbligatorio, ospizi e istituti religiosi erano considerati, da alcuni partiti politici, una grande riserva di suffragi per il partito democristiano. Amerigo si reca al Cottolengo quasi investito di un compito: quello di verificare le truffe, scoprire i brogli e le prevaricazioni, «nella parte di un ultimo anonimo erede del razionalismo settecentesco». Ebbene al seggio Amerigo si sorprende nel vedere insieme i credenti dell’ordine divino e i compagni suoi «ben coscienti dell’inganno borghese di tutta la baracca». Al suo sopraggiungere nell’istituto Amerigo è convinto che un tempo sì quell’organismo è stato vivo, ma che, poi, anche lì sono entrati l’amministrazione, la produttività e la produttività di voti. Poi un brulicare di domande inizia a frastornare la mente di quest’uomo: il Cottolengo è un’istituzione o una risposta ai bisogni umani? Si opera bene nell’organizzazione e nell’associazione o nell’amorevole e precisa risposta alle esigenze delle persone? In quel seggio elettorale lo scrutatore vede sfilare un’Italia nascosta, il segreto di tante famiglie. Quei corpi deformi sono «il rischio di uno sbaglio che la materia di cui è fatta la specie umana corre ogni volta che si riproduce». Lo stesso caso ha fatto di lui un «cittadino responsabile, un elettore cosciente, partecipe del potere democratico» e non un idiota del Cottolengo. Così, di fronte a quei poveretti, Amerigo si sorprende antidemocratico,  la sua certezza di essere cresciuto con valori incrollabili comincia a vacillare: come può il suo voto di uomo intelligente e cosciente valere come quello di persone lontane dal mondo, lontane dalla democrazia, lontane dal sistema? Il credo illuministico aveva posto l’uomo come protagonista unico ed esclusivo della storia, essere chiamato a sostituire Dio, quel Dio che era fatto soltanto per gli indifesi, per i deboli, per i poveri, per chi non poteva che appellarsi a Lui. Nel Cottolengo è evidente come l’idea di perfezione dell’uomo sia ben lungi dal possedere un benché minimo attestato di attendibilità, la carne di Adamo appare «misera e infetta». Ad Amerigo una geniale intuizione balena per la mente: lì, pur sempre, Dio può salvare con la grazia quella carne limitata e la storia sembra essere, finalmente, restituita nelle mani di Dio; aveva per caso il comunismo restituito la vista ai ciechi o fatto camminare gli zoppi? Lì , in qualche modo, ciò avviene!

LA SORPRESA DI UN INCONTRO

Queste domande, queste intuizioni non scansano del tutto l’uomo vecchio, ossia l’Amerigo che ha studiato, uomo di partito e di certezze. Eppure l’inizio di qualche cosa di sorprendentemente nuovo si fa strada nel suo animo: di fronte a un compagno di partito che vorrebbe invalidare i voti di alcuni dementi, Amerigo insorge e scopre l’arbitrarietà e la violenza del proprio compito; la visione di quelle «creature opache» fa insorgere in Amerigo il bisogno struggente di bellezza. Si chiede, allora, cosa sia questo bisogno struggente di bellezza in un mondo che ne è apparentemente deserto. Ad un certo punto osservando le carte d’identità delle monache si rende conto di una diversità del loro sguardo: «Le monache […] posavano di fronte all’obbiettivo, come se il volto non appartenesse più a loro, e in quel modo riuscivano perfette […] la fotografia registrava questa immediatezza e pace interiore e beatitudine. Ecco che risorge in Amerigo la domanda sulla felicità: allora la beatitudine esiste? E se esiste, va perseguita a scapito di altre cose? per essere come loro, le monache?». Ancora più sorprendente è il fatto che gli «idioti» nelle loro carte di identità appaiono felici. Amerigo inizia a prendere coscienza che in lui la pretesa di essere giusto, di perseguire buoni principi e valori inappellabili ha da tempo sostituito il desiderio di essere felice e ha, per così dire, offuscato il suo animo, lo ha reso triste, dagli occhi lucidi e privi di commozione. Ebbene quegli idioti hanno un volto felice perché sanno a chi essere grati. Bellissimo il discorso che il presidente di seggio tiene dopo una delle tante sfuriate di uno scrutatore di partito contro i poveri idioti: «Sono qui, poverini, che la piccola casa della Divina Provvidenza li ha tenuti fin da piccoli! E quando vogliono dimostrare la loro gratitudine, poverini, li volete impedire […] e che idea vuole che ci abbiano più che la gratitudine? […] Ce l’hanno la volontà di votare! Più di tutti quelli che sono fuori! Perché sanno cos’è la carità!» Allora Amerigo chiede: «Gratitudine a chi?». Il presidente risponde: «A Dio nostro Signore e basta». Come bellissimo è il dialogo tra una scrutatrice e un uomo deformato del Cottolengo, orgoglioso delle proprie capacità e consapevole del proprio debito di gratitudine: «Io so fare tutti i lavori da me […], sono le suore che mi hanno insegnato. Qui al Cottolengo facciamo tutti i lavori da noi. Le officine e tutto. Siamo come una città […] non ci manca niente. Le suore non ci fanno mancare niente». Lei allora gli chiede: «A chi vuol bene? Alle suore?». Lui risponde: «Grazie alle suore sono riuscito a imparare. Io senza le suore che mi aiutano sarei niente. Ora io posso fare tutto. Non si può dire niente contro le suore. Come le suore non c’è nessuno». L’uomo può dire io solo in un rapporto, solo nella consapevolezza del proprio debito di gratitudine per chi ci è padre, per chi ci ha messo sulla strada, ci ha fatto camminare, ci ha permesso di esprimere più appieno la nostra umanità. Assistendo a questo dialogo Amerigo si chiede se questa città che ha moltiplicato le mani dell’uomo sia la città dell’uomo intero e perfetto o se l’uomo in realtà valga quando non consideri mai abbastanza raggiunta la sua interezza. Bellissimo. Bellissima intuizione. L’uomo vale nella consapevolezza della sua dipendenza e nella tensione del suo sguardo verso l’ideale.
Il Cottolengo diventa la prova e insieme la smentita dell’inutilità del fare, della vanità del tutto e insieme dell’importanza di ogni cosa fatta da ognuno, una potente testimonianza contro l’ambizione delle forze umane. Lì ad Amerigo appare chiaro come ogni forma dell’agire umano si modelli sulla preghiera, ogni opera che si compia abbia solo il significato «di variante dell’unica attitudine possibile: la preghiera, ossia il farsi parte di Dio, ossia […] l’accettare la pochezza umana il riversare la propria negatività nel conto di una totalità in cui tutte le penalità si annullano».

BELLEZZA E FELICITA’

Di fronte alla realtà del Cottolengo Amerigo non pensa più «all’insensato motivo per cui si trovava lì» (verificare la correttezza delle votazioni), ora gli interessa la natura dell’uomo e quando un essere umano possa dirsi ancora tale: la tristezza attonita di un gigante con la smisurata testa da neonato sembra rispondergli che l’io è esigenza di felicità, anche se insoddisfatta. Amerigo si rende conto che di fronte a queste persone si può stare in maniera diversa: vede un contadino, padre di uno di quegli esseri, che «fissa il figlio negli occhi per farsi riconoscere, per non perderlo, per non perdere quel qualcosa di poco e di male, ma di suo, che era suo figlio»; al contrario alla suora non occorre «il riconoscimento dei suoi assistiti, il bene che ritrae da loro è un bene generale, di cui nulla va perso […]. La suora muove lì intorno gli occhi chiari e lieti, come […] in un giardino pieno di salute». Alla vista della letizia di quello sguardo una scrutatrice esclama: «Lei è una santa». Di fronte a questa donna Amerigo riconosce che «vivere come lei, per uno scopo universale (un ideale), sarebbe stato più naturale che vivere per qualsiasi scopo particolare e sarebbe stato possibile ad ognuno esprimere se stesso, la propria carica sepolta, segreta, individuale, nelle proprie funzioni sociali, nel proprio rapporto con il bene comune». Nel perseguire l’ideale l’io si compie, nell’aderire ad una ideologia l’uomo sfiorisce e si intristisce. Amerigo riflette allora sul contadino e sulla suora, sulla loro diversità. Il confronto tra il contadino e la suora è lampante: la suora ha scelto con un atto di libertà, ha identificato «tutta se stessa in quella missione o milizia, eppure – anzi, proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera […]. Questo modo d’essere è l’amore; […] l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo»; il contadino è lì, di fronte al figlio, con una pretesa, ha un obiettivo particolare, il suo sguardo si intristisce nell’impossibile onere di stare di fronte ad un tale spaccato umano, non ha liberamente scelto o meglio non ha accettato.

UN NUOVO INIZIO E’ SEMPRE POSSIBILE

Nell’incontro con la suora Amerigo capisce meglio sé e i suoi rapporti, inizia a guardare la realtà con un’intelligenza diversa. Comprende l’inautenticità del suo rapporto con la fidanzata, Lia, tenuta all’oscuro di tutto, della sua passione politica, delle ragioni del suo impegno sociale. Una scontata monotonia si è impadronita del loro rapporto tanto che Amerigo non si aspetta più nulla; al seggio non si sorprende neppure alla notizia che la sua donna aspetta un bambino, anzi si arrabbia perché il fatto non rientra nei suoi piani e nelle sue aspettative. Il suo stesso rapporto con l’amata è sempre stato impostato in maniera ideologica, la realtà è sempre stata sottoposta al suo pensiero, al pregiudizio, scartata o accettata in relazione a quanto la sua mente ha stabilito. Ora, però, gli sembra tutto chiaro: «Per lo spazio di un secondo (cioè per sempre) gli sembrò di aver capito come nello stesso significato della parola amore potessero stare insieme» la missione della suora, il suo rapporto con Lia e la visita domenicale al Cottolengo del contadino al figlio. Quel secondo in cui lui ha compreso può valere un’eternità: per sempre. Ora Amerigo vuole spiegare tutto a Lia. Amerigo Ormea è, in realtà, Italo Calvino, uno dei grandi classici della narrativa del Novecento. Di lui si è sempre parlato riguardo al suo rapporto col comunismo, con il progresso e con la scienza. Nessuno si è mai soffermato sul suo rapporto con Cristo. Anche a Calvino è accaduto l’incontro.

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