Nella notte in cui l’Innominato medita il suicidio gli istanti passano come se fossero ore interminabili, che gravano sulla fatica dell’esistenza, fintanto che non sopraggiunge l’alba e con quella anche voci confuse di gioia, che annunciano un senso di allegria comune. Preso da un sentimento misto di invidia (per un’allegria che scorge dagli accenti e dal volto altrui, ben lungi dalla cupa disperazione che si è impadronita di lui) e di speranza  che qualche parola di conforto possa esserci anche per lui, l’Innominato invia qualche bravo ad informarsi sulle ragioni di quel “pellegrinaggio” concorde e lieto.

 

“- Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?-”

L’Innominato si affaccia alla finestra  per guardare, come attratto da una letizia inusuale e che non sembrerebbe appartenere a questo mondo, da un’allegra baldanza che non risponde ai criteri puramente umani.

 

“Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di quÈ gesti, e il supplemento delle parole che non potevano arrivare lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa”.

 

Si va dietro, quando si è autentici, veri con se stessi, ad una letizia che ci colpisce e a noi sconosciuta per vedere dove stia di casa, dove  abiti, come i primi due apostoli, incontrato Gesù, gli chiedono: “Maestro , dove abiti?”.

Così,  anche il ribaldo segue quel popolo in cammino, concorde e lieto, che tanto ricorda la comunione delle anime nella salita delle balze del Purgatorio.

Giunge, in tal modo, al paese e alla casa dove è ospitato il cardinale Federigo. E qui avviene l’incontro, insperato, imprevisto, gratuito.

“Appena introdotto l’Innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata…”.

Tra i due grandi, posti l’uno di fronte all’altro, domina all’inizio un silenzio foriero di attenzione e rispetto che prelude ad un colloquio di sguardi. L’Innominato si sente straziato da due sentimenti opposti: la speranza “di trovare un refrigerio al tormento interno” e la vergogna di “venir lì come un miserabile, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo”. L’uomo vecchio (dominato dall’orgoglio, dalla presunzione, dall’istinto a prevaricare sugli altri) è duro a morire. È come se ci fosse una lotta tra l’uomo nuovo insorgente e l’uomo vecchio.

 

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