Alla fine del I canto del Paradiso Beatrice guarda Dante senza rimproveri, ma con «un pio sospiro», come una mamma di fronte ad un figlio «deliro», ovvero che esce dal solco, che dice stranezze e sciocchezze. La Beatrice del Paradiso, tramutata in maestra prima e in madre poi, diviene ora filosofa tomista che spiega con dovizia di particolari, esemplificazioni e ricchezza di argomentazione le ragioni di quanto sta accadendo:

[…] Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l’universo a Dio fa simigliante.

(Paradiso I, vv. 103-105)

Tutta la realtà è in qualche modo bella, perché in essa c’è l’impronta di Dio. Se noi fossimo in un rapporto corretto con la realtà, coglieremmo la sua bellezza. Un genitore, se conosce bene un figlio e lo guarda con profondità, coglie la bellezza del suo animo.

Ne Il piccolo principe di Antoine De Saint-Exupery il protagonista riconosce che la sua rosa è bella, perché le ha dedicato del tempo e così quel fiore è diventato unico per lui. Anche san Tommaso afferma che ogni ente è dotato delle prerogative del bello (ovvero della claritas, della  integritas, della debita proportio) e ha, perciò, una sua intrinseca bellezza, anche qualora noi non riuscissimo a coglierla.

La bellezza è segno di Dio, perché rende il creato simile al Creatore. Per questo la bellezza è una via al Cielo, una strada che conduce a Dio. Di fronte alla bellezza dell’universo sorge nell’uomo la domanda su Chi ce l’abbia donata.

Nell’Idiota di Dostoevskij un personaggio chiede al Principe Miskin:

 

È vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la «bellezza»? Signori – gridò forte a tutti, – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza […]. Quale bellezza salverà il mondo?

 

In un altro romanzo dello stesso scrittore russo, I Demoni, Stefàn Trofimovic sostiene che Raffaello e Shakespeare sono più importanti della rivoluzione contadina, della chimica, dell’inglese, della scienza, perché rappresentano la bellezza, il frutto più grande che l’uomo abbia generato.

Nella Lettera agli artisti del 1999 san Giovanni Paolo II spiega che la bellezza salva il mondo, perché trasmette lo stupore e l’entusiasmo che permettono all’uomo che cade di rialzarsi e di ripartire.

Papa Benedetto XVI afferma che la speranza è la vera figlia della bellezza. Nel bellissimo film Le vite degli altri il capitano della Stasi Gerd Wiesler spia il drammaturgo Georg Dreyman e cambia vedendo come lo scrittore viva il rapporto con l’amore, l’arte, la musica in maniera diversa. Dopo aver ascoltato l’artista suonare il pianoforte si chiede: «Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella?».

La vera bellezza porta al cambiamento, perché si vuole essere migliori, come quando ci s’innamora. San Giustino, filosofo e martire, sostiene che il cristianesimo è stato la manifestazione totale del Logos. Per questo ad un cristiano interessa qualsiasi forma di bellezza, perché essa esprime il Logos disseminato nel mondo. Ecco perché i grandi Padri della Chiesa, come sant’Agostino, hanno salvaguardato tutta la bellezza dell’arte.

Per san Tommaso il bello è evidente, luminoso, trasparente nella forma, per cui si può percepire con facilità senza il procedimento analitico tipico della scienza. È dotato anche d’integrità, ovvero la compiutezza in tutte le sue parti permette di cogliere la forma dell’oggetto.

Per san Tommaso ancora bello è ciò che, visto, piace. Si rimane, quindi, affascinati e avvinti nella contemplazione della bellezza, ancor prima di conoscerla. Certo, questa attrattiva della bellezza diventa strumento di conoscenza, perché ci sprona ad una intelligenza del reale, cioè ad una «lettura in profondità» (il termine «intelligenza» deriva per l’appunto da intus legere).

Il piacere estetico deriva dalla contemplazione dell’oggetto bello: è un piacere disinteressato, che non mira al possesso. Il possesso porterebbe ad un deturpamento della cosa bella e alla scomparsa dell’atteggiamento estatico che porta a goderne. Si avrebbe, così, un decadimento ovvero una corruzione del primigenio impatto che il bello produce  alla sua vista.

Il bello desta una potente attrazione proprio perché richiama alla verità e alla bontà dell’Essere. È diabolico fermarsi solo al piacere che il bello produce senza metterlo in relazione con l’Essere di cui l’oggetto o la persona bella è riverbero. Il diabolico consiste, infatti, nella separazione del particolare dal significato, dall’universale.

Nella conclusione del canto Beatrice afferma:

Qui veggion l’alte creature l’orma

de l’etterno valore, il qual è fine

al quale è fatta la toccata norma.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline

tutte nature, per diverse sorti,

più al principio loro e men vicine:

onde si muovono a diversi porti

per lo gran mar de l’essere, e ciascuna

con istinto a lei dato che la porti.

Questi ne porta il foco inver’ la luna;

questi ne’ cor mortali è permotore;

questi la terra in sé stringe e aduna.

Né pur le creature che son fore

d’intelligenza quest’arco saetta,

ma quelle c’hanno intelletto e amore.

(Paradiso I, vv. 109-117)

 

Le alte creature, uomini e angeli, sono le uniche che colgono la bellezza e si stupiscono di fronte a lei. Questa è una delle peculiarità dell’essere umano. All’ascolto di una sinfonia di Mozart o di Beethoven o dinanzi alla Cappella Sistina di Michelangelo siamo come rapiti dalla bellezza, in estasi. Nel momento in cui noi cerchiamo di definire la bellezza, la deturpiamo, in un certo senso la corrompiamo.

In modo diverso ogni cosa tende verso la perfezione, cioè verso Dio. Lo scienziato scopre nella realtà un ordine e leggi che sono segno dell’impronta che Dio vi ha impresso. Gli studi scientifici ci permettono di sorprendere la bellezza dell’armonia del cosmo. San Tommaso scrive: credo ut intelligam (credo per comprendere meglio) e intelligo ut credam (comprendo e vado in profondità alla realtà per accrescere la fede).

Scienza e fede non sono contrapposte, ma si rafforzano reciprocamente. Tutte le leggi di natura rappresentano il sigillo di Dio nella realtà. La luce della perfezione divina è ancor più evidente nell’Empireo, ove Dante e Beatrice si stanno dirigendo attraverso la prima Sfera del fuoco, collocata tra la Terra e il Cielo della Luna.

Dante sta andando verso l’alto, perché si è purificato nel viaggio del Purgatorio. L’uomo tende verso il Cielo, proprio perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Perché allora l’uomo sbaglia e si sofferma su beni terreni? A causa della sua fragilità e della sua libertà. Infatti:

 

Vero è che, come forma non s’accorda

molte fïate a l’intenzion de l’arte,

perch’a risponder la materia è sorda,

così da questo corso si diparte

talor la creatura, c’ha podere

di piegar, così pinta, in altra parte.

(Paradiso I, vv. 130-135)

 

In sintesi, come il marmo talvolta non risponde al progetto dell’artista, così l’uomo è libero di non dirigersi verso il bene per cui è stato creato.

Viene dissolto ogni dubbio di Dante che dovrebbe meravigliarsi se non salisse verso il Cielo, una volta che il velo del peccato è stato diradato in lui dopo il viaggio nel Purgatorio.

 

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